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Il Bollettino del Rosario Perpetuo n.3, Settembre 2009

Da Toma Settembre 3, 2009

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NELL’ANNO SACERDOTALE 2009

Da SMDS Luglio 4, 2009

È a Maria “Madre della Chiesa” che il Papa Benedetto XVI ha affidato l’Anno Sacerdotale inaugurato alla luce del “Sacratissimo Cuore di Gesù”. Infatti “il Sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù” come diceva San Giovanni Maria Vianney (il curato d’Ars), che, in quanto patrono dei parroci, in questo Anno Sacerdotale è indicato come modello al quale tutti i sacerdoti possono riferirsi.
L’Anno sacerdotale “promuove l’impegno di interiore rinnovamento dei sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi” (Lettera di Benedetto XVI) ma, nello stesso tempo, l’Anno Sacerdotale invita tutti i credenti ad apprezzare “l’immenso dono che i Sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità” (ivi) e quindi a pregare il Padre perché conceda Sacerdoti santi.

Per una fruttuosa riuscita dell’Anno Sacerdotale affidiamo anche noi a Maria la nostra preghiera e tutte quelle iniziative che intraprendiamo quale nostro contributo personale.
Da parte delle nostre consorelle claustrali del Sasso, che nella Chiesa esprimono l’indispensabilità della preghiera, abbiamo l’invito a unirci a loro perché ognuno di noi ottenga, in quest’anno, di donare alla Chiesa un Sacerdote.
Nella seguente riflessione specifichiamo la loro proposta:

“DONA UN SACERDOTE ALLA CHIESA”

Le parole, che poniamo a titolo di questa proposta, fanno parte di una breve lettera che Mons. J. A. Cousin, dal Giappone, scrisse alla signora Stefania Cottin Bigard e a sua figlia Jeanne.
Egli chiedeva loro di pregare e di interessarsi per qualche vocazione sacerdotale per la sua diocesi che ne era del tutto priva.
Scriveva loro: “… la vostra carità, io spero, non si rifiuterà di parlare qualche volta del piccolo seminario di Nagasaki agli amici del buon Dio e io non dubito che Egli farà a qualcuno la grazia di donare una sacerdote alla Chiesa a prezzo di generosi sacrifici …” (anno 1889).
Questa lettera fu la misteriosa molla di un grandioso organismo; fu la scintilla che accese una grande passione missionaria in molte persone che si interessarono e provvidero a risolvere, in molte zone di missione, il problema del clero indigeno.
La scintilla scoccava in Oriente ed esattamente nella città che sarebbe diventata il rogo orribile della bomba atomica, Nagasaki, e accendeva numerosi cuori ispirandoli a far proprio il comando di Gesù: “Pregate il Padre perché mandi operai nella sua messe” (Mt. 9,38).

La mancanza di sacerdoti l’avvertiamo, oggi, non solo in Europa, ma è anche viva nella nostra Italia. Il tormento del problema vocazionale scorre in tutto il mondo e particolarmente nel mondo occidentale.
Con la stessa fede e preoccupazione del vescovo Cousin, e con le sue stesse parole voglio passare a tutti i nostri gentili lettori l’invito pressante a “donare un sacerdote alla Chiesa”.
Ho pensato così: se noi tutti, con “un cuor solo e un’anima sola” (At. 4,32), chiediamo, per intercessione della Madonna, un sacerdote per la Chiesa, l’otterremo. Il Signore sarà attratto dall’intesa dei nostri cuori e ci esaudirà.
Riflettevo per voi sulle parole sapienti di quella breve lettera del vescovo che ci apre gli occhi su realtà che ci stanno a cuore e che non possiamo, con superficialità, rinunciare a cercarle e a fare la nostra parte.
Nella lettera si dice:  “la vostra carità”. Pregando e sacrificandosi per ottenere un sacerdote in più alla Chiesa, noi non solo ubbidiamo al comando di Gesù di pregare il Padre, ma facciamo anche un atto, tra i più preziosi, di carità. Con il sacerdote provvediamo a far sì che tante persone abbiano tutti i mezzi di grazia per la loro salvezza.
Le persone, che fanno questa carità, sono chiamate dal vescovo giapponese: “amici di Dio” perché ascoltano il messaggio che li aiuta a fare quanto Dio stesso vuole.
Ma, in questo caso, siamo noi  a “ricevere una grazia”, perché un nuovo sacerdote è un dono di Dio da cui tutti ne traiamo beneficio.
Le parole del vescovo, infatti, non contengono un invito e tanto meno una richiesta, ma annunciano, piuttosto, l’elargizione da parte di Dio di una grazia, cioè di un carisma che prepara il dono più grande che si possa fare alla Chiesa di Cristo: un nuovo sacerdote, un missionario.
Poiché, però, la grazia che viene concessa ha un inestimabile valore di privilegio, non vi è prezzo adeguato per viverla, come non è misurabile il premio che la incorona.

Da quella lettera si sprigionò una scintilla a cui seguì un incendio che travolse tutta la vita delle due destinatarie: in quella lettera scoprirono la loro vera vocazione e per questa divennero le Fondatrici dell’Opera di S. Pietro Apostolo per il Clero indigeno.
Il prezzo chiesto a queste due donne per la fondazione di un’Opera, che avrebbe mostrato al popolo di Dio che cosa fare per il clero locale delle  Missioni, è una conferma delle immutabili leggi della Redenzione, ma gli enormi sacrifici da esse accettati e compiuti non pareggiarono mai la bellezza e la santità della grazia loro concessa.
La loro Opera continua il suo cammino ed è adesso l’Opera del Papa e dei Vescovi e, conseguentemente, di tutti i fedeli. E’ l’Opera che ha provveduto la Chiesa missionaria di migliaia e migliaia di sacerdoti d’ogni razza e colore e centinaia di vescovi d’ogni terra.
Il suo lavoro continua, anzi, per la mancanza attuale delle vocazioni, il lavoro inizia  ….
Chiunque abbia intelletto d’amore e fede acuta e forte può, se vuole, tendere a questa “grazia” … sia una singola persona sia una comunità ecclesiale.

Anche noi personalmente, perciò, potremmo avere questa grazia! Chiediamola al Signore per intercessione della Madonna del Rosario.
Oltre alla preghiera e all’offerta dei sacrifici, che potremo continuare anche dopo, invitiamo a partecipare ad una “novena sacerdotale” speciale.
Ed ecco la proposta!
Ognuno scelga il periodo di nove giorni consecutivi e, ogni giorno, alle tre del pomeriggio, con tre Ave Maria o con la recita di un Mistero del Rosario, chieda la grazia di “donare un sacerdote  alla Chiesa”. (Se non vi fosse possibile quell’ora, sceglietene un’altra).
Mons. Cousin chiudeva la sua lettera così: “Quale gioia durante la vita, e quale consolazione nell’ora della morte, pensare che un Sacerdote pronuncerà tutti i giorni il vostro nome al memento della Messa”.

“GENITORI D’ADOZIONE”

Le Fondatrici dell’Opera dell’Apostolo Pietro, delle quali abbiamo parlato sopra, per provvedere a nuovi sacerdoti per la Chiesa, basarono l’ispirazione della loro opera sulle ADOZIONI di giovani che si avviano al sacerdozio. Esse provvidero con le loro personali elargizioni e con le donazioni loro affidate da altre persone generose.
Anche oggi ci sono persone che provvedono al mantenimento di seminaristi di famiglie povere. Certamente un sacerdote è l’eletto fra tanti chiamati che arriva alla meta. Quanti si perdono lungo il difficile cammino verso l’altare! Che non avvenga che per mancanza di mezzi, tanti giovani non raggiungano l’altare. I sacrifici loro e per loro, da affrontare, sono quindi pesanti e (perché non dirlo?) esposti anche ad imprevisti; ma appunto per questo ogni nuovo sacerdote è il dono più prezioso che si coopera a dare a Dio e alla Chiesa.
Chi fosse interessato all’adozione di un giovane avviato al sacerdozio nelle nostre Missioni del Pakistan e del Guatemala, si metta in comunicazione per avere indicazioni più dettagliate.
Diventare “genitori d’adozione”, anche se costa sacrificio, contiene e comunica le gioie più profonde e serene della fede. Una grazia, per pochi, che segue solo a veri gesti d’amore!

CHI E’ DUNQUE IL PRETE?

La piccola e grande “storia del prete”, si rifà direttamente al vero ed unico Sacerdote, Gesù, che  “fra i discepoli che andarono da Lui, ne costituì dodici,  perchè stessero con Lui” (Mc( 3,14).
Questa piccola e grande storia ebbe ilsuo momento culminante nell’Ultima Cena, allorché Gesù, dopo aver dato loro in cibo il pane e il vino, divenuto sacramento del suo corpo e del suo sangue, segno della sua passione e del suo sacrificio ormai imminenti, disse loro: “Fate questo in memoria di Me”. Agli stessi, dopo la sua resurrezione, disse pure: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi”.
Da allora, nella Comunità cristiana, il prete  è  segno di Cristo, perché, per l’imposizione delle mani, comunicando con quanto hanno ricevuto gli Apostoli diventa: “l’uomo dell’Eucaristia”, “l’uomo del perdono”, “l’uomo dell’unità”.
Invece di chiederci che fa il prete?”, “A che serve?”, dovremmo domandarci: che cosa sarebbe l’umanità, la comunità in cui viviamo, senza l’Eucaristia, senza il perdono, senza l’unità …
Vi è spesso una critica gratuita a riguardo del prete che sfuma di fronte ad una semplice constatazione: sacerdoti in sperdute parrocchie di campagna, come in anonimi agglomerati urbani, dimentichi di sé e a disposizione del popolo in qualsiasi ora del giorno e della notte e per lunghi anni; quasi sempre per una vita intera sono disponibili ad essere partecipi delle gioie come delle sofferenze della propria gente.

A cura di p. eugenio zabatta op.

DESTINATI A VIVERE

Da SMDS Aprile 10, 2009

La nostra fede, quella di noi cristiani, è legata intimamente all’evento storico della Resurrezione di Gesù dai morti. A questa Resurrezione, di conseguenza, è legata tutta la predicazione evangelica! Quando si trattò di eleggere chi prendesse il posto di colui che “aveva prevaricato per andare al posto suo”, Pietro presenta uno che “sia stato testimone con loro della Resurrezione di Gesù” (cf. Atti1,22 ss).
Noi cristiani non crediamo a Dio e basta; noi crediamo a Dio che risuscita Gesù dai morti e con lui farà risorgere anche noi: noi crediamo a Dio che dà la vita (cf. Mt. 22,35; II Cor. 4, 14).
Gesù non è venuto per morire e basta!  È venuto per unirci a Sé e farci partecipi del suo processo di glorificazione. Egli, infatti, è stato “giustiziato” per i nostri peccati, ma è “risorto” per la nostra giustificazione (salvezza). Solidali con Lui nella morte, saremo solidali a Lui nella Vita.

DESTINATI  A  VIVERE

è in Cristo che Dio ci da la vita
quella eterna e gloriosa

Fede soggettiva

La fede (1) è un dono di Dio il quale dispone la mente e la volontà dell’uomo, se non pone ostacolo, ad accettare le verità che Dio stesso ha rivelato: l’uomo si fida di Dio che parla.
Questa disponibilità dell’uomo, ad accettare le verità rivelate, è la “fede soggettiva”, che lo Spirito Santo, e solo Lui, può infondere nell’uomo, il quale così riesce ad accettare verità che superano la sua comprensione umana  – a volte sembra che la contraddicano, ma non è vero –  : sono “misteri” (2).
In fondo, niente è più logico che “l’Universo Divino” sia un mistero e perciò superiore alla mente umana, alla quale solo Dio può rivelarlo.
Sapere che una realtà esiste non vuol dire capirla.
La mente umana può solo intuire che quella realtà è “sopra”, non “contro” l’evidenza razionale.

Fede oggettiva

Il complesso delle verità rivelate da Dio all’uomo sono la “Fede oggettiva”.
Non è che Dio le riveli al singolo uomo a cui dà la “fede soggettiva”, cioè la disponibilità ad accettare quelle verità.
Dio le ha già rivelate tutte. “Ultimamente… Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Ebr. 1,2).
Dopo Gesù, che non scrisse nulla, e con la morte dell’ultimo apostolo che ha potuto trasmettere quello che Gesù aveva  detto, nessuna nuova verità è degna di “fede divina”.
La Chiesa può esplicitare le verità ricevute; non può aggiungerne delle nuove.

La Chiesa ha ricevuto questo “deposito” della fede, perché trasmettesse le verità ricevute e lo ha fatto. L’ha fatto prima (cioè nei primi anni dopo l’Ascensione di Gesù) solo per mezzo della predicazione degli Apostoli, che consegnavano così le verità rivelate al popolo di Dio: è la “Tradizione orale”.
Dopo qualche anno lo ha fatto anche per mezzo della Scrittura del Nuovo Testamento. E’ la “Tradizione scritta”, o semplicemente la Sacra Scrittura.
Nessuno dei libri della Bibbia però rivela l’intenzione di esporre sistematicamente quello che Gesù ha insegnato. San Giovanni con un paradosso esclama: “… il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv. 21,25). Ogni libro è nato da occasione e con intenti particolari.

E’ alla Chiesa che Gesù ha dato la missione di trasmettere “a voce o per scritto” quello che ha rivelato (fede oggettiva).
Questa trasmissione “a voce” (= Magistero) e “per scritto (=Bibbia) hanno la garanzia dello Spirito Santo, il quale senza togliere niente all’elemento umano del Magistero e dello Scritto, assicura l’infallibilità di quanto riguarda la fede e la morale, cioè “la salvezza” dell’uomo.
Gesù non ha voluto lasciare l’uomo nell’incertezza sui problemi più essenziali della sua esistenza!

Cristo risorto: realtà storica.

Nella trasmissione  – orale e scritta –  delle verità rivelate vi sono alcuni dati che non sono propriamente verità di fede, ma sono intimamente connessi con le verità rivelate; sono dati di esperienza e certezza umane, storiche.
Il più importante di questi “dati” è la resurrezione di Gesù, o meglio Cristo risorto (e la tomba vuota): il vero segno di Giona (Mt. 12, 39).
La verità rivelata a cui la resurrezione è intimamente connessa – ed è il mistero fondamentale della nostra fede, che abbraccia tutti gli altri –  è la Divinità di Gesù.  È così intimamente unita che S. Paolo può affermare: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede” (I Cor. 15,17).

Non è senza motivo che Gesù si rifiuta di dare altri “segni”, ma questo  – il segno di Giona –  lo presenta lui stesso come “segno” dal cielo.
Altri aspetti fanno rientrare la Resurrezione nel “mondo del mistero”, ma come segno essa è un dato di esperienza e certezza umane; è oggettiva.

L’ abbiamo visto morto e risorto.

Gli apostoli  – e le pie donne, nonostante il silenzio prudente di S. Paolo su di loro, e i cinquecento discepoli, di cui parla sempre Paolo, ancora vivi mentre scriveva – non ci hanno detto: “Credete alla Resurrezione di Gesù perché ci abbiamo creduto anche noi”.
Non si può “testimoniare” in base a quello che uno “crede”.
Essi ci hanno detto: “Noi abbiamo visto Gesù risorto, l’abbiamo toccato, l’ abbiamo visto mangiare” (I Gv. 1,1).
È una realtà storica ed essi per primi avevanoesigito prove inoppugnabili di quella realtà, di cui poi si sono dichiarati testimoni, anche a prezzo della loro vita.
Non si getta una vita senza una certezza!
Allora fecero bene gli apostoli a dubitare?
Come avrebbero, infatti, potuto testimoniare la Resurrezione, se essi l’avessero creduta e non veduta?
Fecero male e Gesù li rimproverò “perché non avevano creduto” (Mc. 16,14).
Gesù infatti avrebbe voluto che essi credessero prima, poi sarebbe ugualmente apparso loro intutta la sua splendida realtà di risorto, perché potessero essere i “suoi testimoni fino ai confini del terra”(Lc. 24,48).
Il sepolcro vuoto doveva essere per loro solo il momento per segnare l’avveramento delle parole di Gesù, che tante volte aveva ripetuto loro: “Il terzo giorno risorgerò” (Mt. 9,22).

E la fede si fonda sulla parola e pare proprio che così fu per l’apostolo Giovanni, che aveva “preso con sé Maria” (Gv. 19,27) in quel sabato di attesa.
Gli apostoli persero quella splendida occasione di fare il più bell’atto di fede.
Ma Gesù  – che non ritira mai il suo amore –  li fa ugualmente “suoi testimoni”. Si fa vedere.
La resurrezione così è il più valido criterio di credibilità per la divinità di Gesù. Non potremo mai penetrare con la nostra ragione la sconvolgente verità di un Uomo-Dio, ma la resurrezione e tutta la storia dell’umanità e della Chiesa c’insinuano che è “credibile”.

__________ note.

1 . Proponiamo questo tema coscienti dell’inquietudine che agita alcuni ambienti moderni in relazione a questa virtù teologale che è la fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. E’ necessario avere cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana.

2 . Ad esempio “i mutui vincoli che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente aldilà di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura”(Prof. di fede di SS. Paolo VI, – 30,VI,1968) (cf. DenzS. 804).

FINESTRELLA A PARTE

La Costituzione Dogmatica Conciliare “Dei Verbum” (18 nov. 1965), sulla Divina Rivelazione, espone la dottrina tradizionale sulle due fonti della Divina Rivelazione, ossia la Sacra Scrittura e la Tradizione: dottrina già ampiamente illustrata dallo stesso Concilio tridentino.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel capitolo VI della  Costituzione esorta vivamente tutti i fedeli a leggere la Sacra Scrittura e ad approfondire il significato, sotto la guida sicura del Magistero della Chiesa. “L’ignoranza delle Scritture, dice S. Girolamo, è ignoranza di Cristo stesso” (S. Girolamo, Comm. In Is. Prol.: PL 24,17.  – Cf Benedetto XV, Enc. Spiritus Paraclitus: E.B. 475-480; Pio XII, Enc. Divino afflante: E.B. 544). (DV, 5)
Troviamo questa duplice nozione di fede, anche se con termini diversi, già, ad esempio, nelle “Catechesi” di S. Cirillo di Gerusalemme (348) che scrive: “Il termine ‘fede’ è unico come vocabolo, ma la realtà che esso significa è duplice. V’è una specie di fede, quella dei dogmi, che consiste nell’assenso dell’anima ad una verità … v’è una seconda specie di fede, quella che ci è donata da Cristo come puro dono gratuito… questa fede non riguarda solamente i dogmi, ma anche l’efficacia di operare cose che superano le umane possibilità” (Cat. V, 10).
Per quanto riguarda l’elenco delle singole verità di fede, leggiamo nella lettera apostolica “Ad tuendam fidem” di Giovanni Paolo II, (29.VI.1998): “Fin dai primi secoli sino ad oggi la Chiesa professa le verità sulla fede di Cristo e sul mistero della sua Redenzione, che successivamente sono state raccolte nei simboli della fede (=Simbolo degli Apostoli oppure Simbolo niceno-costantinopolitano). Cf. anche: Codice dei canoni delle Chiese Orientali, n. 598; e Codice di Diritto Canonico, n. 750.

VALORIZZARE IL SILENZIO … E LE IMMAGINI

Da SMDS Febbraio 6, 2009

Caro amico,

benvenuto nel nostro sito! Siamo Monache domenicane di Clausura e la nostra scelta di vita forse ti attrae o semplicemente, della nostra vita di recluse, vuoi saperne di più.
Facilmente anche per te, la prima caratteristica che accompagna il ricordo di un monastero è il silenzio, che lo avvolge.
Sì! È proprio del silenzio, infatti, che vogliamo parlarti. Siamo ormai all’inizio della Quaresima, che è tempo di riflessione, e questa richiede un certo silenzio per la concentrazione.

Una particolare stima per il silenzio, di sua natura necessario per la vita contemplativa che noi viviamo, l’ha avuta, fin dagli inizi, lo stesso Ordine religioso a cui apparteniamo. I Domenicani hanno sempre chiamato il silenzio: “Padre dei Predicatori” e se ne comprende subito il motivo! La Parola che viene predicata, dev’essere prima contemplata.
Scriveva San Tommaso d’Aquino, “il più santo tra i dotti e il più dotto tra i santi”, domenicano: “la predicazione e l’insegnamento che ci fanno comunicare agli altri ciò che abbiamo studiato, presuppongono l’abbondanza della contemplazione (I.II.q.28, a.4).

La stessa cosa hanno detto altri santi, come il B. Umberto de Romans Maestro dell’Ordine: “I Predicatori attingono dalla contemplazione quello che poi versano nella predicazione”.
Esatto! È dall’esperienza delle realtà sensibili che passiamo, elevandoci, a quelle spirituali; dalle visibili saliamo alle realtà invisibili. Alle immagini che presentiamo ai nostri occhi, seguono poi le nostre azioni, della stessa natura di quelle.
Ricordiamo Giovanni Paolo II che nella sua lettera sul Rosario della B. Vergine Maria (n. 41), invita, appunto con il Rosario, “a immettere nella nostra vita ben altre immagini, quelle del Redentore e della sua Madre, e non lasciarci assorbire dalle immagini della televisione”.

Dalla nostra clausura, per la Quaresima, invitiamo a far tesoro della meditazione sul silenzio che riportiamo qui di seguito: è di un nostro confratello domenicano.

VALORIZZARE IL SILENZIO … E LE IMMAGINI.

Quali  immagini?

Dopo il successo riportato in Germania, arrivò anche in Italia, a fine marzo 2006, il film di Philip Gróning di Dusseldorf, sulla vita della grande Chartreuse (Grenoble), intitolato: “Il Grande Silenzio” (Die Grosse Stille). Proiettato prima a Genova, nella stessa cattedrale, è passato a Firenze, a Roma … Un film che ha portato il pubblico nel mondo della clausura; un mondo separato, certo, ma non in contrasto con la vita moderna. Infatti è proprio in questo ambiente che migliaia di persone, ipnotizzate dal rumore dei passi dei religiosi, dalle campane, dai canti, dallo sfogliare delle pagine dei libri di preghiera, si sono poste le domande più essenziali: perché siamo al mondo? Che senso ha l’esistenza?
È in quell’ambiente “essenziale”, dove non c’è molta azione, ma totale contemplazione, musica gregoriana e silenzio, che forse si hanno le risposte; sì! nel “grande silenzio”, dove protagonista è l’immagine, non la parola, si ha anche la risposta che riguarda non solo la scelta di una vita così estrema come quella dei monaci, ma anche della vita più comune; la risposta che riguarda le scelte di chi – tramite il film – partecipa quella stessa “esperienza” di Gróning che per sei mesi ha vissuto gomito a gomito con i certosini, filmando i loro riti e ritmi quotidiani.
Un’esperienza, quella, capace di modificare la propria esistenza! “La fiducia dei monaci che ogni cosa è governata da Dio – ha confidato il regista – è rimasta in me. Ho imparato da loro l’ottimismo e la capacità di riconoscere tutto ciò che di meraviglioso la vita ti offre. Nella nostra società siamo governati dalla paura di non avere successo, di non avere ricchezza, bellezza. Dopo l’esperienza nel monastero, credo di essermi liberato da questa ossessione. E ora ho anche bisogno di trascorrere del tempo in solitudine”.

Quelle del beato Angelico, ad esempio.
“Non abbiamo bisogno, dunque, di importare versioni folkloristiche e ammodernamenti ecologici dell’Oriente”, è stato detto dai commenti al filmato. “La singolarità del film sta nel soggetto stesso … quasi tre ore di immagini di vita, silenzio e canti gregoriani che trasformano la sala cinematografica in monastero e aprono agli spettatori la dimensione contemplativa”1 . Aprono, cioè, a Dio e ai suoi misteri. Mettono in relazione con Dio ed è in Lui che l’uomo ritrova se stesso e il proprio fine2 .
È quanto già aveva rilevato il Beato Angelico nei suoi meravigliosi quadri, dove oltre all’evento storico, riprodotto nella sua essenza, abbiamo anche il significato salvifico dell’evento stesso raffigurato, con i suoi frutti di redenzione. Così, ad esempio, nella grande Crocifissione del capitolo di San Marco: mancano i soldati romani, manca la folla dei giudei, la città nello sfondo, ma ci sono i numerosi santi, la nuova umanità nata dal Sangue di Cristo, che sono il frutto reale del suo sacrificio.
Tra i personaggi, che popolano le “scene” dell’Angelico, ritroviamo persone – il più spesso S. Domenico – che ne divengono attori partecipi, pur non essendo contemporanei, nel tempo, dei fatti rappresentati. Egli, il pittore teologo, ce li raffigura per annunciarci che proprio dalla meditazione di ciò che Cristo ha compiuto hanno saputo trarre ispirazione e forza per la loro vita e missione. Meglio diremmo: l’Angelico ce li raffigura per indicarci che solo stando a contatto con Cristo, inseriti in Lui, si trova la ragione del proprio essere e della santità.
In quelle “immagini di vita” ritroviamo descritti i principali elementi che San Domenico ha voluto, costituendo delle comunità di fratelli e di sorelle.
Domenico ha sotto gli occhi l’esempio degli apostoli e cerca, perciò, di imitarne in tutto la loro forma di vita, al punto che, al momento della canonizzazione, il papa Gregorio IX, potrà dire di lui: “Ho conosciuto un uomo che osservava nella sua totalità la regola degli apostoli e non ho dubbio che ora sia associato a loro nel cielo”.
Il perché della vita comunitaria organizzata da San Domenico; il perché, di questo raduno di energie umane in forma di fraternità, si trova nel Vangelo e più precisamente nella Persona di Gesù Cristo che, fin dagli inizi del Suo ministero, aveva raggruppato i dodici apostoli perché operassero con Lui.

… Contemplate nel silenzio.

Per naturale conseguenza delle scelte fatte, fra le molteplici austerità monastiche adottate, dietro la guida di Domenico, fin dalle origini del nostro Ordine domenicano, fu data particolare importanza proprio al silenzio, che fu indicato come il “Pater Praedicatorum”.
Di fatto i frati erano tenuti ad osservare sempre il silenzio; dovevano osservarlo nel chiostro, nelle celle, nel dormitorio, in refettorio. Il motivo è che il silenzio contribuisce a dare al religioso quella tranquillità che è richiesta per poter arrivare, mediante lo studio e la preghiera, alla contemplazione, alla piena comunione con Dio. Il silenzio è così intimamente connesso con il fine dell’Ordine che la sua abolizione o inosservanza metterebbe in pericolo il conseguimento dello stesso fine.
Il “Liber Consuetudinum”, le prime Costituzioni e tutti i Capitoli Generali saranno minuziosi nel determinare la portata e inculcare l’osservanza della “santissima legge del silenzio”, presidio di tutte le altre osservanze e pene molto severe erano comminate ai trasgressori”3.
Se entrasse nel nostro obiettivo provare che il silenzio è condizione necessaria di promozione cristiana e umana, nulla sarebbe più facile che documentarlo. “La legge del deserto” dice Voillaume, “è troppo costante perché possiamo pensare che sia possibile metterci a disposizione di Dio, rispondere compiutamente a una vocazione di origine divina o anche essere totalmente cristiani e figli di Dio, senza ritirarci ogni tanto nel deserto, nel silenzio, soli con il Signore solo”4 .
“Quasi sempre i grandi messaggeri di Dio, infatti, nota von Balthasar, vengono da un lungo soggiorno nel deserto… Senza Manresa non ci sarebbe Ignazio di Loyola, né Benedetto senza Subiaco, né Caterina da Siena senza la cella nella casa paterna. Senza il deserto della Transgiordania non ci sarebbe la ‘voce di colui che grida nel deserto’, quella voce che prepara la strada del Signore”5 .
Il cristianesimo non può venire che dal deserto: lo sostiene molto efficacemente Arturo Paoli presentando gli “Scritti Spirituali”6  di Charles de Foucauld.

Nel silenzio maturano le grandi decisioni.
“La nostalgia della solitudine” diceva don Mazzolari7  “non è un privilegio, ma la legge delle anime più delicate”. E Kierkegaard8 : “Se fossi medico e venissi consultato, risponderei: il rimedio sovrano, la prima norma da osservare è il silenzio”. Chi vuole salvarsi deve “ritornare al chiostro da cui evase Lutero”.
Psicari9  è ancora più deciso: “Disgraziati coloro che non hanno conosciuto il silenzio”. Perché?
Perché il silenzio è rifornimento spirituale, è l’officina dello spirito. Perché il silenzio è concentrato di energia, è riserva di volontà, è, al dire di Isaia, “il segreto della nostra forza”10 .
La decisione è tanto forte quanto lo è la convinzione maturata nel raccoglimento e nella riflessione: cioè nel silenzio. Nel “chiasso” non si genera la “Parola”.
“Daniel Rops ha accusato il nostro mondo di essere un mondo senza anima. Se ogni uomo si ricordasse che esiste sempre per lui, se lo vuole, un angolo di silenzio, non solamente l’individuo, ma l’umanità intera ritroverebbe la propria anima”11 .
Il messaggio del film “Il Grande Silenzio” è invito a ritornare semplicemente al silenzio; ritornare, in altre parole, alla “nostra anima”. Perché quella del silenzio è un’esperienza capace di modificare la propria esistenza e di darle “un’anima nuova”.
Ed è proprio alla “coltura del silenzio” – come parte dell’anima domenicana e ancor prima, cristiana – che vuole richiamare la presente riflessione e siccome il “nostro silenzio” è in ordine all’apostolato, come ogni silenzio è ordinato alla riflessione, allora appare evidente la sua fruttuosa fecondità, in ogni persona.

P. Eugenio Zabatta o.p.

Note.
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1. Cf. Avvenire, 29.3.06.
2.  “In realtà solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS, n. 22).
3. cf. Liber Cost. D.I. c. XII.
4. R. VOILLAUME, La vita religiosa nel momento attuale, ed Ancora, Milano 1973, p. 159.
5. H. U. VON BALTHASAR, Punti Fermi, Rusconi, Milano.
6. A. PAOLI, “Scritti Spirituali” di C. de Foucauld, Cittadella, Assisi 1971, pp. 5-11.
7. P. MAZZOLARI, Diario, a cura di A. Bergamaschi, Dehoniane, Bologna 1974, p. 395.
8. S. KIERKEGAARD, Diario, vol III, 1848, trad. it. C. Fabro, Morcelliana, Brescia (1948-51) p. 250 e p. 24.
9.  E. PSICARI, Il Silenzio, ed. Figlie della Chiesa, Roma 1954, p. 64.
10.  ISAIA, 25,25.
11. A. BERGE, Educazione familiare, trad. M. Valeri, Giunti-Barbera, Firenze 1968, p. 195.

Il Bollettino del Rosario Perpetuo – PRIMO 2009

Da Toma Dicembre 23, 2008