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Un atleta in Paradiso*



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*Nota previa – Pubblicato in: Il Messaggero di sant’Antonio, luglio-agosto 2021, pp. 66-68. Per chi volesse approfondire la figura di san Domenico si rinvia al seguente nostro altro testo: https://www.padrebruno.com/un-innamorato-che-non-ha-conosciuto-le-distanze-ma-le-ha-percorse-san-domenico-di-guzman-testo-integrale/.
Soprattutto nei tempi in cui viviamo, quando sentiamo parlare di un atleta, immaginiamo un fisico di una donna o di un uomo, sicuramente scultoreo e in ogni caso temprato per una determinata disciplina sportiva che, quando esercitata ai massimi livelli, diventa quasi un modello, se non una vera e propria ‘icona’, di bellezza, di successo, un oggetto di desiderio. Domenico di Guzman (nato in Spagna a Caleruega nel 1170 e morto a Bologna il 6 agosto 1221) è stato un atleta un po’ speciale in quanto ha ‘modellato’ il suo spirito in una palestra tutta particolare fatta della Parola di Dio, della vita sacramentale, dell’amore ai fratelli nell’esercizio del suo ministero sacerdotale, esercitandosi ogni giorno nell’arte dell’amore. In questo non ha fatto altro che tradurre nella sua vita quella che era stata l’esperienza di Paolo: “Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile” (1Cor 9, 25). Ecco perché Dante lo chiama l’atleta di Dio (Paradiso XII, 54). Santa Caterina da Siena nel Il Dialogo riporta che il Signore le disse a proposito di Domenico: “… prese l’ufficio del Verbo unigenito mio figliolo. Nel mondo pareva un apostolo, con tanta verità e lume seminava la parola mia, levando le tenebre e donando la luce. Egli fu un lume, che io porsi al mondo per mezzo di Maria”. Questo modello d’atleta costituisce già un primo motivo di riflessione: conferma che i santi, che non sono nati tali, ci ricordano la concreta possibilità della santità a chi la chiede con fede perseverante e si adopera impegnandosi per realizzarla per quanto sta a lui. Alla cultura del fisico perfetto, dell’immagine, del presenzialismo, la vita di Domenico ci ricorda il primato dello spirito che non invecchia, svilisce e perisce (basta guardare la propria foto di qualche anno prima per avere la conferma), dell’essere sull’avere, del servizio sul dominare. C’insegna l’importanza di vivere l’unica vita che abbiamo, e per la quale non si danno tempi supplementari, puntando non su ciò che è urgente, ma inesorabilmente passa, ma su ciò che è necessario ed eterno (cf Mt 6, 1-6; 16-18), e che solo può riempire il nostro bisogno d’amare e di essere amati: “Chi può contenere Dio, non può essere riempito da qualunque cosa che sia meno di Dio” (san Bernardo). Domenico non ha ricercato mai di essere un originale, un ‘protagonista’ ossessionato di vendere la propria immagine, ed ha sempre colto le possibilità che la vita gli offriva come delle occasioni che Dio gli offriva per realizzare il suo progetto d’amore che aveva pensato per lui e per la Chiesa.
            Di Domenico non ci parlano i suoi scritti, ma le testimonianze di coloro che hanno vissuto con lui e sono stati toccati dalla sua fede in Dio e dal suo amore verso il prossimo. Da questi racconti ho scelto di far riferimento solo a due emblematici, che vogliono essere quasi un ‘assaggio’, nella speranza che chi legge possa essere invogliato a scoprire personalmente di più su questo atleta. Giovanissimo studente decide di vendere tutti i suoi beni e soprattutto le preziose pergamene in favore dei poveri, vittime della carestia a Palencia. Ciò rivela la generosità del cuore che batteva in Domenico: un cuore compassionevole, sensibile, disponibile. A chi gli chiede stupito le ragioni di un simile gesto, Domenico risponde con spontaneità: “Come posso studiare su pelli morte mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”. Con la ragione e la fede prese la decisione giusta agendo in modo eccezionale di fronte a una emergenza, rispondendo, dato che era un semplice studente, in modo straordinario ad una situazione straordinaria, nella consapevolezza che in quel momento era chiamato a essere strumento della tenerezza di Dio, in modo concreto senza nessun comodo ed opportunistico rinvio o delega, seppure a Dio stesso (cf Mt 14, 16). Un’altra concreta lezione per ciascuno di noi: non rimanere chiusi, ma rimanere aperti sempre a Dio e ai bisogni del prossimo hic et nunc! (cf Lc 10, 33).
Però, il resto della sua vita ci dice che la forma tipica, ‘ordinaria’ della sua attenzione alle sorelle ed ai fratelli del suo tempo sarà la carità della verità (cf Ef 4, 15). Questa presa di coscienza inizia quando Domenico arriva a Tolosa e con un oste che aveva perso la vera fede, sperimenta, al di là degli argomenti discussi, la necessità di una predicazione che sia soprattutto fatta con la testimonianza e fondata nella vita contemplativa. Forse solo in quel momento inizia a intuire cosa il Signore voleva da lui e in questo suo voler realizzare la volontà di Dio, che si trova negli anni successivi a fondare di fatto, prima le monache e poi non degli specialisti della comunicazione, degli oratori, dei professori, degli ‘inquisitori’, ma l’Ordine dei predicatori che Dio è amore vero. Dal dialogo nella verità, preceduto dall’ascolto rispettoso, con quell’oste, Domenico trovò la conferma che gli uomini, anche se non sempre se ne rendono conto, hanno bisogno della verità come dell’aria e del cibo, della verità che salva, della Verità che è Cristo (cf Mt 4, 4). Perché la verità non è un lusso, non è l’hobby superfluo di gente sfaccendata, non è un ‘sopramobile’ di abbellimento, non è la mania culturale del Medio Evo, ormai fuori moda. La verità è ciò che consente all’uomo di realizzarsi come uomo, di non tradire la sua dignità e quella del prossimo, di raggiungere il proprio destino e sfuggire all’amarezza frustrante dell’insignificanza ed alla depressione della mancanza di senso. La carità della verità e la verità della carità, che non hanno paura di chiamare le cose con il proprio nome, è il messaggio di Domenico, il più alto ed il più attuale di tutti in quanto destinato a nutrire ciò che non perisce: un amore di ‘marca’, ‘firmato’ e non un’imitazione o un surrogato che molti svendono. Verità, onestà, carità che sono oggi, forse come non mai, spesso latitanti, iniziando proprio dalle nostre famiglie, dalle nostre comunità religiose ed ecclesiali. Quella carità della verità che non risente delle paure per le novità ovvero della cultura dominante o del pensiero della maggioranza e quindi non si arrocca, non s’impone, ma si propone sempre e comunque, costi quel che costi, prima di tutto con chi ci è più prossimo (cf Mt 19, 21; At 5, 29). Coscienti che il vero amore si realizza solo nella verità e richiede anche sacrificio, perché quando si ama, inevitabilmente si soffre e quando non si è disposti a soffrire è perché si è rinunziato ad amare (cf H. Hesse).
Ottocento anni ci separano dalla salita al cielo di Domenico, e perciò siamo distanti per lo spazio di tempo, lontani per contesto culturale e circostanze, ma incredibilmente prossimi per la stessa confusione, smarrimento, tensioni e soprattutto, a mio sommesso avviso, per la stessa mancanza della vera fede e quindi della speranza, proprie del suo come anche del nostro tempo. Domenico c’insegna ancora oggi a non giudicare, ma con umiltà a saper interpretare il grido d’aiuto che in modi diversi, e forse più di una volta incomprensibili, si leva da questa umanità (da ciascuno di noi), sempre tentata, come i nostri progenitori (cf Gn 3, 5), di farsi Dio con le conseguenze che tutti sappiamo, ma continuiamo a voler far finta di non conoscere: conflitti, guerre, sfruttamento, uso della forza e ricerca del potere per dominare l’altro. La sua vita e il carisma che lo Spirito Santo gli ha donato per la Chiesa, continua a vivere nell’Ordine da lui fondato, e ci ricorda innanzi tutto che non dobbiamo difenderci dalla Verità, perché è la Verità che ci difende. Quella Verità che è Dio (cf Gv 14, 16) che, come disse una volta Giovanni Paolo I, è padre e madre allo stesso tempo, e quindi come tutti i genitori, non può che avere a cuore la vera felicità dei propri figli, che prenderà sempre per quello che sono, ma desiderando sempre e comunque il massimo di bene per loro.
Basilica Santuario di Santa Maria del Sasso, Bibbiena(Arezzo), 15 giugno 2021
P. Bruno, O. P.