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Una recensione di “Lettere a una carmelitana scalza” del card. Giacomo Biffi

 

 

 

 

 

 

L’11 luglio 2015 concludeva il suo lungo e proficuo pellegrinaggio terreno il Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, noto per i suoi scritti in ambito soprattutto teologico e catechetico, per le sue omelie, sempre brevi, ma allo stesso tempo dense e graffianti, delle quali i primi uditori erano coloro che non erano proprio in sintonia con lui, ma che in ogni caso gli riconoscevano una profonda preparazione, coerenza ed onestà intellettuale.

 

Chi ha conosciuto personalmente il Card. Biffi, come il sottoscritto che è stato da lui ordinato diacono ed ha continuato questo legame in vari modi lungo gli anni, conservandone ricordi indelebili, ovvero attraverso i suoi scritti ed i suoi interventi pubblici, ha potuto sempre verificare il suo sincero amore per Cristo, il centro di tutto e di ognuno, e per la sua sposa, la Chiesa (che per questo pretendeva si scrivesse sempre con la C maiuscola), chiamata a continuare sotto la guida dello Spirito Santo, nello spazio e nel tempo, la missione salvifica affidata dal Padre al Figlio.

A proposito del mio rapporto personale, mi permetto di condividere un episodio che ad oggi mi rimane inspiegabile ed allo stesso tempo manifesta l’imprevedibilità del Card. Biffi. Egli che faceva “… fatica ad andare anche a S. Giovanni in Persiceto” (lettera del 14-VII-1997, p. 214. Da ora in poi indicheremo, salvo eccezione, solo la data della lettera) accettò, con sorpresa di tutti, l’invito che il Rettore del tempo della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma (Angelicum), gli fece avere mio tramite, di presiedere la celebrazione Eucaristica nel giorno della Festa di San Tommaso (28 gennaio 1996). Nell’omelia che tenne, in soli nove minuti riuscì a tratteggiare la figura del vero teologo alla luce del grande Dottore Angelico.

Mettendo in risalto le virtù che deve possedere ed evidenziando i vizi dai quali deve tenersi lontano colui che è chiamato ad annunciare con sapienza il progetto salvifico di Dio: “Noi non abbiamo bisogno di annunciatori della parola che cambino il Vangelo con la scusa di adattarlo al nostro tempo, ma di annunciatori che tentino ogni giorno, magari riuscendoci poco, di cambiare se stessi per essere un giorno più conformi al Vangelo che non cambia”. Quindi, la sua preoccupazione era di rimanere fedele alla Verità che è Cristo, senza se e senza ma, sforzandosi sempre di annunciarla con Carità (cf Ef 4, 15), nel suo ministero pastorale ed in modo tutto particolare attraverso i suoi innumerevoli scritti, quasi sempre pungenti ed ironici, da uomo di cultura, non comune, e di Chiesa, che preferiva la certezza della fede alle sfumature e compromessi. Quindi un pastore che ha realizzato in pieno l’invito rivolto ai partecipanti all’ultimo Sinodo sulla famiglia da papa Francesco del parlare con parresia, cosciente che questo non significa automaticamente essere accettato da tutti. L’unicità del presente testo, rispetto agli altri innumerevoli scritti del Card. Biffi, è data dal fatto che esso raccoglie l’epistolario di oltre cinquant’anni tra lui e Sr. Emanuela Ghini, che ne ha curato la pubblicazione a quasi due anni dalla morte del cardinale, e quindi di scritti che non erano per il pubblico, ma che sono testimonianza viva di due sinceri ricercatori di Dio, e che hanno perciò il pregio di farci conoscere “dal di dentro” gli interessati. I due s’incontrarono alla fine degli anni Cinquanta nel Seminario di Venegono dove il giovanissimo prof. Don Giacomo Biffi aiutò la giovanissima Emanuela nello sviluppo della sua tesi di laurea in filosofia. Dopo qualche anno la decisione di quest’ultima di diventare monaca carmelitana scalza e la continuazione del loro dialogo a livello epistolare. Purtroppo il volume riporta quasi solamente le lettere del Card. Biffi e solo alcune di Sr. Emanuela, ma ciò nonostante è possibile cogliere appieno il contenuto specifico del loro dialogo: ricercare nella foresta di segni che è il mondo l’allusione all’invisibile. Anche se hanno una destinataria unica, esse muovono da realtà assolute e si propongono come declinazione del reale contingente.

Chi si aspetta di leggere in queste lettere solo argomenti inerenti alla direzione spirituale rimarrà positivamente sorpreso in quanto troverà molto di più, una presa in considerazione ed una valutazione dei vari aspetti e delle varie personalità della Chiesa cattolica e della società e della politica italiana dell’ultimo cinquantennio, dove Biffi non ha paura di arrivare al paradosso, ereditato senza dubbio da uno dei suoi autori più amati, G. K. Chesterton, fino a diventare provocazione. “Oggi il vero coraggio morale starebbe nell’accettare di ‘apparire’ retrogrado e di ‘apparire’ fascista; il che significa sfidare un’opposizione culturale che è di gran lunga più capillare, più intransigente, più liberticida di quella che ci ha afflitto nello squallido e sciagurato ‘ventennio’” (7-VII-1978). Degno di nota è anche il suo realismo che implicava una visione disincarnata del reale: “La Chiesa non deve essere credibile, deve essere credente; allora sarà anche credibile” (20-XII-1974); “La felicità non è una colpa per i discepoli di Cristo, è un dono da assaporare quando ci è dato. Poi arrivano le ore asprigne, e bisogna assaporare anche quelle” (18-VI-1976); “Le persone con cui si vive sono importanti, ma non sono la cosa più importante” (20-XII-1977). A proposito dei sacerdoti che chiedevano la dispensa per sposarsi ecco il consiglio che diede al suo arcivescovo: “E gli ho detto che qualche anno di peccaminoso concubinato mi impressionano meno di una stupidità irreparabile. Credo mi desse ragione, ma purtroppo queste leggi non si fanno a Milano” (1°-VII-1977). Come si vede una persona veramente libera, dove le classiche e vuote etichette di “conservatore” o “liberale” manifestano tutta la loro insignificanza, ma di una libertà che nasce dalla ricerca e dalla docilità alla Verità (Cristo stesso) che per lui rimane la questione delle questioni (cf Gv 8, 32).

Per questo scriveva: “… non c’è molta differenza tra gli antichi ecclesiastici reazionari e i nuovi ecclesiastici progressisti. Negli uni e negli altri è sempre stato difficile trovare una vera ‘spregiudicatezza’, cioè un amore primario e incondizionato per la vita. […] non mi stanco di proporre senza troppi addolcimenti la ‘questione della verità’ come quella primordiale e più urgente per i cristiani e per tutti” (8-VI-1985). Questione della verità, per lui una vera passione, che infatti ritroviamo in una lettera di alcuni anni prima dove parla dell’intercomunione eucaristica con gli Ortodossi, dei valori della teologia orientale, delle chiese protestanti, di natura e nominalismo ed affronta con chiarezza cristallina, ed anticipando quanto si sarebbe poi realizzato, la questione dell’omosessualità, cifra significativa dell’odierna confusione a livello logico ed etico. “Il riconoscimento della normalità degli omosessuali è un bell’esempio di dove possa portare lo smarrimento della realtà della natura (vale a dire, del nominalismo). La comprensione e l’amore per le persone omosessuali sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente, c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale. La quale, da un lato è sempre cedevole agli umori e all’attivismo dei prepotenti, dall’altro si fa essa stessa prevaricatrice e sopraffattrice (come hanno dimostrato e dimostrano le grandi tirannie di questo secolo), senza che sia più dato agli uomini alcun criterio per giudicarla” (23-XII-1979). Nessun criterio o peggio ancora quel criterio che Hegel afferma nella sua Filosofia del Diritto, quando si chiede chi sarà il giudice della storia e risponde: la storia! Cioè chi ha vinto, chi si è imposto e non importa come e quando, se contro la verità e la giustizia. Altrettanto chiara, logica ed allo stesso tempo ironica e piena di speranza la sua analisi della situazione della Chiesa ad alcuni decenni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Anche se un po’ lungo, riporto qui il testo, convinto di fare cosa gradita al lettore in quanto stimolo a riflettere sulla verità della carità, ma soprattutto sulla carità della verità, ambito quest’ultimo dove rischiamo di mancare, almeno per omissione.

“Non sono d’accordo che questo tipo di verità – che non colpisce nessuna persona – vada taciuta o attenuata. Anzi, bisogna energicamente reagire contro l’innegabile intimidazione con cui in tutti questi si è cercato di soffocare ogni denuncia, facendo apparire nemici del Concilio (e quindi dello Spirito Santo) anche coloro che erano nemici soltanto dell’insipienza ecclesiale. Il pensiero della buona fede e degli entusiasmi sinceri degli altri non mi abbandona mai: è proprio la mia persuasione che tutti agiscono per il bene, e perciò saranno premiati da Dio escatologicamente, che mi spinge ed essere franco e ‘spiacente’ in sede di riflessione storica. Chi sbaglia non può avere tutto: il premio futuro per la retta intenzione e la consolazione terrestre di non aver oppositori. Ti dirò poi che la vicenda di questi anni mi ha fatto capire le epoche di decadenza della cristianità: credo spesso dovute allo zelo col quale si affermano e si esaltano alcuni aspetti, e non ci si avvede della eclissi di altri, e talvolta anche più importanti, valori. Comunque la decadenza che stiamo vivendo è grande, universalmente diffusa e per qualche aspetto crescente. Mi pare possa essere paragonata alla crisi che è seguita al concilio di Nicea, quando il mondo si ‘svegliò ariano’: adesso la cristianità si è trovata secolarista, solo che non si è ancora svegliata. O forse la nostra epoca è simile a quella seguita al Concilio di Costanza, da cui uscì solo con la tragedia della Riforma protestante e con le asperità della Riforma cattolica. Vero è che quelle due epoche furono anche tra le più ricche di nuovi fermenti e di autentici impulsi di rinnovamento. E così io credo sia questo. Il Signore è vivo e sa usare anche le nostre sciocchezze per operare i suoi prodigi. Ma questo non significa né che dobbiamo sforzarsi di essere sciocchi né che dobbiamo perseverare fino alla fine nell’esaltare, quando le incontriamo, le apostoliche grullerie” (27-XII-1980).

Valutazioni chiare, oggettive e rispettose, come del resto tutte le altre che abbiamo qui riportato e le molte altre che si potranno leggere in questo arricchente volume, ma che sicuramente “urteranno” più di qualcuno. Perché? Dire la verità ed accettare la verità, non è mai qualcosa che può essere data per scontata, anzi, purtroppo, è di esperienza comune come la realtà è ben diversa. Oggi sembra quasi che nei rapporti a livello sociale, politico, ecclesiale e religioso, sia l’eccezione trovare qualcuno che dice la verità, mentre la regola sembra essere la menzogna, la falsità con tutte le loro nefaste conseguenze nei rapporti interpersonali, sociali ed ecclesiali. Le persone, e questo risulta ancora più scandaloso in quelle di Chiesa, sembrano a volte avere paura della verità, fino ad arrivare a “difendersi” da essa, non rendendosi conto che è la verità che ci difende e che noi non abbiamo nessun potere su di essa (cf 2 Cor 13, 8). Ma al di là di tutto, i vari testi costituiscono un proficuo materiale per coltivare la propria fede in quanto sono scritti da un sacerdote di profonda, lucida e costante tensione alla Verità-Cristo, cosa che non dispensa dalla fatica e dall’inquietudine: “… siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci eccede. E poi, se solo nel Figlio di Dio Crocifisso l’uomo si salva dall’insignificanza […], come mai di fatto non lo conoscono, come mai non si riesce a farlo conoscere? E come mai, in questo oscuro oceano di pene, si debba sperimentare l’inefficacia, e quindi l’inutilità, della preghiera che chiede sollievo?” (22-VIII-1983).

Il volume è pieno di queste analisi profonde e realistiche e qualche volta addirittura inquietanti che vale la pena di leggere e meditare, cosa che senza dubbio arricchirà il lettore da diversi punti di vista. Per questo di notevole aiuto risulta essere la lunga introduzione, di carattere cronologico e tematico, fatta dalla stessa destinataria delle lettere e curatrice della loro pubblicazione. Infine, è da segnalare che il testo è preceduto da una Prefazione del Card. C. Caffarra e si conclude con la Postfazione di S. Ecc.za Mons. M. M. Zuppi, cioè dei due immediati successori del Card. Biffi sulla sede di san Petronio. Cosa altamente significativa in quanto entrambi hanno così concretamente testimoniato la loro comune riconoscenza per l’alto magistero svolto dal loro predecessore in favore del Popolo di Dio che è in Bologna.

Il Card. Giacomo Biffi non ha mai lasciato indifferenti coloro che l’hanno incontrato ed ascoltato o l’hanno letto, era senza ombra di dubbio una persona che “polarizzava”. Ciò vale anche per questa raccolta di lettere dove del resto spesso egli prende atto, ma quasi sempre con “buon umore”, del suo isolamento a livello intellettuale e teologico, per il suo non essere “politicamente corretto”, ed accennando, ma solo con discrezione, a coloro che facevano riferimento a lui in vario modo: dall’andare a trovarlo fino a fare una tesi sulla sua antropologia teologica (cf pp. 230; 238-240; 245; 247). In ogni caso mi sembra che le seguenti parole di san Paolo a Timoteo, che vengono proclamate nella liturgia della Parola durante la celebrazione Eucaristica nella solennità del S. P. Domenico, predicatore della Verità, descrivono in modo sintetico ed incisivo quelle che sono state la vita ed il ministero del Card. Biffi: “… annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4, 2-8).

Santuario di Santa Maria del Sasso – Bibbiena (AR)

  1. Bruno Esposito, O. P.

 

1 Biffi Giacomo, Lettere a una carmelitana scalza (1960-2013), a cura di E. Ghini, Prefazione di C. Caffarra, Postfazione di M. M. Zuppi, Edizioni ITACA, Castel Bolognese 2017, € 24,00, 302 pp., ISBN 978-88-526-0519-2.