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E poi?…



Non so quanti di coloro che stanno leggendo la presente riflessione, forse incuriositi da un titolo che in qualche modo non si sa quale tipo di domanda e risposta presenti e comporti, hanno visto il film sulla vita di san Filippo Neri (1515-1595), interpretato dal grande ed unico Gigi Proietti: “Preferisco il Paradiso” (2010). Personalmente l’ho visto in varie lingue almeno una trentina di volte, ed ogni volta, non mi vergogno a dirlo, mi ha profondamente toccato e commosso, al punto che ne consiglio la visione a tutti e, soprattutto, a chi ha ricevuto il dono della vocazione da parte di Dio alla vita consacrata o al ministero sacro. Forse esagerando, sono convinto che contenga spunti di riflessione e meditazione sufficienti per un intero corso di Esercizi Spirituali. La figura di questo santo è sempre stata in qualche modo presente nella mia vita e nella mia vocazione domenicana: da giovane frequentò il Convento di San Marco in Firenze, che solo alcuni decenni prima aveva visto la presenza e l’opera di fr. Girolamo Savonarola (1452-1498), Convento nel quale feci il mio Noviziato e durante il quale lessi alcune vite del Neri, che ho sempre sentito vicino, almeno per il comune senso dell’umorismo! Bellissima e commovente è una preghiera messa nel film sulla bocca di Filippo, che riassume le sue speranze, i suoi desideri, le sue fatiche, il suo combattimento: “O Signore come faccio a far capire loro che tu sei l’unica fonte della gioia e della bellezza, io senza di te non sono niente, perché hai scelto me per fare tutte queste cose? Io non sono degno! Anche se amo la gente, la gioia più grande è stare con te, ma alla fine ho tempo per tutti meno che per te!”.

In ogni caso, mi permetto di proporre qui solo alcune scene, la prima è quella che apre la seconda parte del film. I bambini che erano stati presi dalla strada da P. Filippo e riuniti nell’Oratorio per essere nutriti materialmente e spiritualmente, diventati adulti si ritrovano per festeggiare il compleanno del loro “padre” che, scherzosamente, ricorda di averne solo uno in più dell’anno prima: e basta! Intorno alla tavola ognuno condivide con i presenti i ricordi ed anche i progetti per il futuro. Alessandro, convertitosi, partirà per le Indie con i Gesuiti (sogno che rimase tale per Filippo), Camillo prenderà il suo posto per la cura dei malati, perché ha capito che così servirà il Signore, Pierotto sta per laurearsi. Per ultimo, Aurelio annuncia a tutti, nonostante si renda conto che sarà difficile, la sua decisione d’intraprendere la carriera ecclesiastica: “Voglio diventare vescovo!” Percependo il tono orgoglioso e le intenzioni, sicuramente non delle migliori, Filippo gli chiede serio ed interessato: “E poi? …”. Un po’ imbarazzato, Aurelio risponde che, fatto il primo scalino, potrebbe ottenere qualche Nunziatura. Con tono paterno, ma allo stesso tempo incalzante, Filippo ribadisce: “E certo! E poi? …”. Il giovane, illudendosi di averne l’appoggio, gli risponde: “… e poi potrei diventare cardinale …”. “Cardinale!?!, … e poi? … E poi Papa?”, gli chiede, con tono perentorio Filippo. Confuso, Aurelio gli risponde: “… forse sì …”, ma Filippo, con sguardo compassionevole, gli rinnova la domanda iniziale: “E poi? …, e poi??? …”. “Poi basta, Filippo! La mia vita finirà …”, risponde con gli occhi bassi Aurelio. Allora Filippo, con dolcezza, lo richiama al senso della vita, invitandolo paternamente a chiedersi: “… ed allora che cosa avrai raccolto?”.

Purtroppo, Aurelio non fece tesoro dell’invito di san Filippo di ripensare al senso della vita al fine di non sprecarla per ciò che è effimero e passeggero (cf Mt 6,19-23; 2 Cor 4, 18), anzi, tradendo la sua fiducia, ne approfittò per spiare e raccontare alle autorità ecclesiastiche le scelte pastorali (audaci per quei tempi), di Filippo, che lo “ricompensarono”, concedendogli quello che aveva sempre desiderato: diventare vescovo, in Francia! Verso, la conclusione del film, riappare Aurelio, in sontuosi abiti episcopali nel grande parco del suo palazzo vescovile, circondato da monsignori ed amministratori che gli comunicavano il consistente incremento economico della sua diocesi. Pensoso e triste, scrive una lettera a Filippo, dove riconosce che pur avendo raggiunto tutto quello che ha da sempre desiderato, gli sembra di non avere niente. Ripensando alla sua vita, riconosce, alla fine, che Filippo aveva ragione, le cose più belle che ha avuto sono state la carezza di uno zingaro (che Filippo gli aveva chiesto di lavare dalla testa ai piedi: soprattutto i piedi!), ed il sorriso di Filippo, che, pur sapendo delle sue intenzioni e del suo tradimento, l’aveva sempre amato, come tutti gli altri suoi figli.

Ulteriormente interessante è che poco prima la proposta di questa intima presa di coscienza da parte di colui che sta facendo l’esperienza di aver buttato via la sua vita, il film fa vedere l’incontro di P. Filippo con il Papa (Clemente VIII: 1592-1605), che gli chiede di comunicargli la regole e le finalità della sua nascente comunità. Filippo con tremore, ma allo stesso tempo con serena fermezza, ricorda che per essere obbediti, servono poche regole (eh già! se i vari governanti tenessero un po’ più presente questa verità …), tra queste lui ne ha scelta solo una: la carità! Il Papa, profondamente toccato dall’onestàe dalla santità di padre Filippo, vuole crearlo Cardinale (“nessuno lo merita più di voi” gli dice commosso il Papa), ma colui che sarà chiamato il “secondo apostolo di Roma”, prende dalle mani del Santo Padre il Galero cardinalizio, che gli sta per imporre, e con santa ilarità gli chiede: “ Santità, io Cardinale??? Preferisco il paradiso!!!” e butta in aria il Galero.

Allora: “E poi? …”.

Anche ai nostri giorni, questa realistica e semplice domanda interroga ognuno, nessuno escluso, sul senso della propria vita, l’unica che ci è stata donata di vivere da parte di Dio, da amministratori e non da padroni (cf 1 Cor 4, 7). Oggi, come ieri, la cieca ambizione, l’egoismo e l’egocentrismo si traducono e si declinano, manifestandosi in svariati modi e situazioni, che devono essere però riconosciuti e smascherati se non si vuole sprecare la vita che ci è stata donata.  Non dimentichiamolo mai: ne abbiamo solo una, e nella partita della vita, non sono previsti i tempi supplementari!

L’ossessione del potere, del fare “carriera” a tutti i costi, anche se non se ne hanno le capacità, rifiutando di riconoscere la realtà e dissociandosi patologicamente da essa, ambire a posti di autorità ed esercitare con arroganza impunita il potere che ne deriva, è un’esperienza che ognuno di noi fa ogni giorno: da quando sale su un autobus, a quando ha bisogno di una prestazione sanitaria, a quando chiede l’esercizio di un proprio diritto presso un qualsiasi ufficio, o presenta una semplice domanda o richiesta, senza avere a volte dall’altra parte qualcuno che, secondo le regole elementari dell’educazione,  risponde almeno di aver ricevuto (auto-dispensandosi in nome di che cosa e di chi? Credo che alla fine sia soltanto, purtroppo, semplice maleducazione …). Il compromesso, la disonestà, la corruzione, la maleducazione, la mancanza di rispetto dovuto ad ognuno in quanto persona, la sistematica menzogna se non la calunnia, il promettere l’impossibile e favori in occasione delle elezioni o imbrogliando senza pudore durante le stesse al fine di essere eletti, sembrano essere ormai comportamenti “scontati/naturali” nei rapporti interpersonali (ed è questa la cosa grave e pericolosissima oggi), nei diversi ambiti sociali, nessuno escluso. Come ha acutamente osservato il Santo Padre Francesco nel discorso dopo la Via Crucis al Colosseo quest’anno, si è persa: “… la vergogna di aver perso la vergogna” (30-III-2018). Lascio alla memoria ed all’intelligenza di chi legge, il dare i volti e vedere i contesti  di questa sacrosanta, anche se triste, verità.

Allora: “E poi? …”.

Però l’errore sarebbe il pensare, come il re Davide, che questo riguardi solo gli altri: “Tu sei quell’uomo!” (2 Sam 12, 7). Quanti “arrampicatori/carrieristi” che farebbero di tutto, come Aurelio, conosciamo o abbiamo conosciuto? Persone accecate dal potere e dal successo, che a volte, in preda ad una vera e propria smania ossessiva di onnipotenza, dimenticano di essere creature finite e che non si realizza la propria vita nell’essere “serviti” dagli altri o di “servirsi” delle istituzioni, ma nello scoprire la gioia vera che dà il mettersi al “servizio” degli altri, del bene delle istituzioni e quindi della persona. Dimenticando che un giorno saremo giudicati sull’amore con il quale avremo o non avremo vissuto, alla fine, solo su questo e su nient’altro (cf Mt 5, 1-12; Lc 6, 20-23; Mt 25, 31-46).

Allora: “E poi? …”.

L’augurio, che si fa preghiera, è che questa domanda, più prima che dopo, si ponga ed interroghi la coscienza di ognuno, nessuno escluso, affinché, come san Filippo, rispondiamo con generosità, scoprendo che tutto è dono che Dio ci chiede di donare a nostra volta (cf Mt 10, 8), e non come Aurelio, che troppo tardi scoprì di aver ottenuto tutto quello che voleva, ma di aver sprecato la cosa più importante, quello che era chiamato ad essere come figlio di Dio e fratello dei suoi simili. Però, ed è questa la possibilità che diventa speranza per ciascuno, anche se troppo tardi, Aurelio ha preso coscienza che l’essersi concetrato troppo sulle cose visibili e terrene gli ha fatto correre il rischio di non raccogliere ciò che è eterno (cf 2 Cor 4, 18). Questa presa di coscienza non è altro che la conversione! Quindi, alla fine, non è mai troppo tardi,  finché c’è vita! Il bellissimo episodio, narrato da san Luca, del dialogo di Cristo con il “Buon ladrone”, ce lo ricorda con espressioni di profonda, appassionata, misericordia: “… ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: ‘In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’” (Lc 23, 42-43).

Sicuramente, più di qualcuno, starà pensando, nel leggere queste righe, che sono belle parole, pensieri che un sacerdote “deve trasmettere”, ma che la realtà, anche nella Chiesa, è ben altra cosa. Sono perfettamente d’accordo, ma proprio per questo è essenziale prendere coscienza del pericolo e soprattutto è fondamentale essere coscienti che questo modo di spendere la propria, lo ripeto di proposito,l’unica vita, non paga. Alla fine ci si scopre dei falliti, ma soprattutto che in nome del potere, del successo e di voler essere “onnipotenti”, di fatto ci si è condannati ad essere schiavi: “Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto” (2 Pt 2, 19).

Allora, chiediamoci sinceramente, in questo momento (soprattutto se stiamo operando delle scelte), cioè quel presente che è l’unico che ci appartiene nella sua pienezza, al contrario del passato e del futuro: “E poi?…”.

P.Bruno.O.P.

 

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Buon senso o senso comune?
“Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. ‘Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi’. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” (A. MANZONI, I promessi sposi, Cap. XXXII). Questa realistica riflessione ci è ritornata alla memoria riflettendo su tante situazioni e fatti di questi nostri giorni, in vari luoghi ed a diversi livelli. Che fine ha fatto il buon senso che non ha paura di confrontarsi, sfidandolo sul piano della ragione e della fede, quel senso comune del quale è intrisa l’attuale cultura dominante, pienamente e manifestamente nichilista, risultato modesto ed inadeguato dell’ideologia illuministica? Invece, il buon senso non è altro che l’accostarsi alla realtà con un atteggiamento “sapienziale” al fine di coglierne l’intima, oggettiva verità e quindi il suo significato più profondo. Paradossalmente, invece, dalla moderna cultura, ebbra di scientismo e tecnicismo, si produce un vuoto che disorienta ed allo stesso tempo postula quelle risposte alle cosiddette domande esistenziale, che altro non sono che domande di senso, più che filosofiche, di carattere religioso, che toccano la spiritualità. Tutto questo spinge il cattolico all’urgenza di una vera e propria “incarnazione” della fede nel quotidiano che diventa cultura e segna così la vita e la sua qualità. Infatti, non dimentichiamo che: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” (GIOVANNI PAOLO II, Lettera Autografa di Fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura, 20 maggio 1982, in AAS 74 [1982] 685).
 
P. Bruno, O. P.
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Perché tanta confusione, disonestà, litigiosità ed egoismo ai nostri giorni?

 
La presente riflessione parte dall’esperienza comune, da ciò che si presenta come un dato evidente nei tempi che viviamo: la fatica a dialogare, a collaborare, a comunicare fino ad arrivare al conflitto o, peggio, all’indifferenza. Questo ad iniziare dalla famiglia, che si sta involvendo e riducendo spesso ad un insieme di ‘clienti’, che pretendono soltanto la prestazione di servizi (cf Papa Francesco nel 2016), e via via ai diversi livelli e nei diversi ambiti della vita sociale, civile ed ecclesiale.
Sono di queste ultime settimane le notizie di violenze di adolescenti contro i docenti, spesso giustificate, se non addirittura alimentate, dai propri genitori.
Di qualche giorno fa anche la notizia dell’improvvisa morte, a soli ventotto anni, del famoso DJ svedese Tim Bergling (1989-2018) in arte Avicii (in sanscrito vuol dire letteralmente ‘senza onde’, che rappresenta nel buddhismo l’ultimo livello dell’inferno!). Un vero e proprio talento musicale, purtroppo vittima del suo stesso successo e di quelle pressioni che la celebrità impone senza pietà, riuscendo a presentarsi come occasione di manifestazione di grandezza ed onnipotenza, salvo poi rendere schiavi (“Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto”: 2 Pietro 2, 19).
Ugualmente di questi giorni l’incredibile vicenda del piccolo Alfie Evans di Liverpool (Regno Unito) e dei suoi genitori, che chiedono solo ciò è un sacrosanto diritto di ogni essere umano: prendersi cura ed accompagnare con amore e dignità fino alla fine il proprio figlio, che è sempre prima di tutto un dono ed un figlio di Dio.
Purtroppo, sempre più spesso, a queste difficoltà che fanno parte della natura umana e ne manifestano i limiti, sembra aggiungersi una sorta di individualismo sfrenato, che porta all’isolamento della persona rispetto ai suoi simili, alla creazione di un proprio mondo, che gli altri devono obbligatoriamente e semplicemente accettare, senza se e senza ma, se si vuole evitare il conflitto! Tutto questo, ulteriore novità, a volte, è addirittura teorizzato e giustificato.
Ovviamente questa constatazione non può essere accompagnata dalla convinzione ingenua che i tempi passati fossero migliori dei presenti (cf Eccl 7, 10), ma allo stesso tempo, alla luce della storia, si coglie una novità che ha, per dimensioni e consistenza, effetti inediti. Il nostro intento è quello di cercare di enucleare questa novità per provocare delle ragionate considerazioni, in vista di possibili modi per uscire da quello che sempre di più si sta rilevando come un pericoloso vicolo cieco. Un vicolo cieco per la dignità dell’essere umano e dei suoi rapporti con gli altri simili a livello sociale, quindi per il nostro presente e possibile futuro.
 
A ben vedere, la modernità, ed in modo particolare i nostri tempi, si distinguono rispetto al passato, per una sempre più difficile armonizzazione, fino ad arrivare ad una netta contrapposizione: da una parte la centralità della persona, dall’altra il rispetto/tolleranza, del pluralismo culturale ed etico, che sfocia spesso e volentieri in vero e proprio relativismo. Comunemente, soprattutto in alcuni ambienti ecclesiali, si ritiene che siano il relativismo culturale ed il pluralismo etico i veri problemi di oggi, ma, studiando più attentamente la questione, nella realtà questi non sono altro che gli effetti. Il vero problema è la sempre più assoluta ed intransigente affermazione di una soggettività individualistica, che si traduce sempre più in soggettivismo etico (cf D. Bonhoeffer 1906-1945). Chi proclama, come facciamo tutti, che c’è bisogno di riaffermare la centralità della persona, deve poi anche porsi il problema e fare i conti di come ogni persona elabori soggettivamente la ‘sua verità’, i suoi ‘valori’. In questa ricerca, e la realtà lo conferma, c’è però il pericolo che si finisca in un vero e proprio soggettivismo etico, che di fatto menoma la natura sociale dell’uomo. È questo, allora, il vero pericolo! Infatti, gli effetti dannosi e devastanti che registriamo a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti sociali, non derivano tanto dal pluralismo etico, ma da una soggettività concepita come assoluta ed infinita che diventa soggettivismo etico, prigioniero del suo ego cosa che vanifica o strumentalizza ogni tipo di relazione. Arrivando, quindi, a voler quasi giustificare l’assurdo: l’uomo, essere finito, che pretende di avere una libertà infinita! Perciò, se si afferma la centralità della persona, il suo primato, dobbiamo anche guardare a che cosa questa può portare, soprattutto quando non correttamente presentata, o perché non si tiene conto del come possa essere recepita dalla maggioranza delle persone (cf G. De Rita nel 2003).
 
Detta centralità della persona può portare al fatto che ogni singolo elabori nella sua soggettività interna un tipo di ricerca e di scelte etiche in modo meramente autoreferenziale e senza nessun confronto con le verità oggettive (sia a livello di ragione che di fede). Ecco, allora, lo spirito umano, nella forma: dell’io trascendentale di I. Kant (1724-1804); dello spirito assoluto di G. W. F. Hegel (1770-1831); dell’umanità di A. Comte (1798-1857); del superuomo di F. Nietzsche (1844-1900); della classe operaia di K. Marx (1818-1883); dello stato liberaldemocratico di J. J. Rousseau (1712-1778), che alla fine ‘crea’ la verità, che stabilisce quello che è vero e quello che è falso, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è iniquo, ciò che è Diritto e ciò che è arbitrario. E, dato che lo spirito umano vive nel tempo, la verità che stabilisce cambia con il tempo e le circostanze. Di fatto oggi l’idea di verità è sostituita con quella di cambiamento, di progresso, di consenso, di desiderio, di sentimento, di emozione (cf Benedetto XVI nel 2009). La convinzione che sia impossibile per la persona arrivare alla verità, che essa sia oggettiva e costituisca un termine di confronto ineludibile, porta nel concreto, ed a tutti i livelli, a non essere attenti ai contenuti ed a limitarsi alla realizzazione tecnica e delle mere formalità. Solo per fare un esempio, si pensi all’ambito del Diritto ed allo stravolgimento di esso con il positivismo e formalismo giuridico, teorizzato fino alle sue estreme conseguenze da H. Kelsen (1881-1973). Tale concezione ‘surrogata’ del Diritto ha avuto come risultato che le nostre società siano caratterizzate da un diritto ‘fragile’, perché Diritto inteso essenzialmente come una tecnica, come insieme di regole e non di valori, con le quali ed attraverso le quali è possibile imporre desideri che si fondano sul nulla/niente o su visioni ideologiche di chi costituisce le maggioranze, al servizio dei più svariati interessi, ma sicuramente non della giustizia, del bene comune, del bene dei più indifesi. In altre parole, ci troviamo di fronte a quel relativismo giuridico attuale, che vede la coscienza morale non fatta per‘riconoscere’ la verità, ma per ‘crearla’. Rimanendo nell’ambito giuridico, si pensi all’uso fuori luogo e spesso ingiustificato al ‘consenso’ nell’elaborazione o nell’interpretazione di norma giuridica a scapito, e spesso proprio in opposizione, all’evidenza, alla forza delle argomentazione ed all’applicazione dei principi generali del Diritto e della Giustizia. Dimenticando un dettaglio non da poco, evidente per chi ha il semplice buon senso (cosa diversa dal senso comune!), cioè che il consenso incide sulla ‘verità’ e sulla ‘giustizia’ nella stessa misura in cui incide sull’addizione aritmetica che due più due fa quattro! (cf S. Cotta 1920-2007).
 
La cultura oggi dominante inesorabilmente cerca di convincerci che la coscienza non è altro che soggettivismo e che la verità si risolve in un vero e proprio relativismo. Il tema della coscienza morale, oggi più che mai, è soggetto ad equivoci, stravolgimenti fino ad arrivare a vere e proprie caricature e strumentalizzazioni ideologiche. Alla fine possiamo dire, usando un’immagine nota: una coperta troppa corta che ognuno tira dalla sua parte, e che alla fine rischia di lasciare scoperto ciò che dovrebbe, invece, avvolgere e preservare con cura! Quella coscienza morale che il Card. Newman (1801-1890) ha brillantemente mostrato come apertura del nostro cuore ad un “sapere con un Altro” (appunto: con-scientia), che alla fine fa la differenza per quanto riguarda la qualità, rispetto ad una vita meramente autoreferenziale impregnata, per non dire ‘intossicata’, di relativismo. Il mito che la modernità ha fatto del progresso, si propone di fatto come sostitutivo o alternativo alla verità, salvo omettere un particolare di non poco conto: progresso in quale direzione? Per chi e per che cosa?
In una cultura contemporanea dove tutto tende ad essere sempre più ‘soggettivo’, nel senso di libertà di arbitrio, intesa come assoluta (= faccio quello che voglio, che  sento, che desidero, che mi dà ‘benessere’, dimenticando, però, che questo è diverso dal vero ‘bene’), bisogna ricordare e far capire che quel ‘soggettivo’ è espressione di una persona con una natura che ha ricevuto, ed in ogni caso non si è data, con le sue caratteristiche ed esigenze che non permettono il ‘soggettivismo’ se non a caro prezzo, per le singole persone e per la comunità. In altre parole, si deve mettere in luce che ogni persona non è e non può sentirsi ‘legge a se stessa’, ed allo stesso tempo non è e non può comportarsi, di conseguenza, come essere finito con aspirazioni infinite ed assolute che si contrappongono a quelle degli altri, chiuso in se stesso, come una vera e propria ‘monade’. In questo contesto, a nostro avviso, deve proporsi la verità illuminante e liberante dell’annuncio evangelico, cioè deve muoversi quella “nuova evangelizzazione”, nuova non per i contenuti, ma per i modi (cf san Giovanni Paolo II), capace di far recuperare alle persone il loro essere membra di un corpo, smascherando la tentazione di essere proprio delle ‘monadi’ condannate dall’egoismo alla solitudine. Se l’evangelizzazione non riuscirà a proporre in modo convincente l’importanza di ciò, continueremo ad avere dei ‘raduni’ degli ‘assembramenti’, ma non comunità ed assemblee di persone, di cittadini o di fedeli. Quindi, il vero problema oggi non è tanto riaffermare la centralità della persona, ma dobbiamo chiederci: come possiamo seguire e far crescere la sua soggettività in modo che rispetti la propria e l’altrui dignità? In questi ultimi secoli si è imposta quasi dogmaticamente l’ideologia che la “ragione unisce e la fede divide”. Per onestà intellettuale dobbiamo però chiederci di quale ragione e di quale fede stiamo parlando. Se s’intende la ragione come un qualcosa di unico, infinito ed autoreferenziale, credo che divida e contrapponga molto di più le persone, di quanto possano fare la fede e la religione. Invece una ragione che riconosce di essere creata con i suoi evidenti limiti e si lascia umilmente illuminare dalla vera fede nel Dio di Gesù Cristo, che tutti ha accolto ed amato, porta al rispetto ed alla solidarietà tra i membri di una comunità, in poche parole di quella ‘conversione permanente’ di cui ci parlano gli Atti degli Apostolicon nonostante le presenti fragilità e povertà umane.
 
Proprio in questo punto scopriamo che la fede in Cristo può essere un valido aiuto per trovare risposte alla presente situazione di crisi d’identità che contraddistingue la persona oggi e l’indicazione di percorsi per uscirne: “credo ut intelligam” (sant’Anselmo d’Aosta 1033-1109). Il Vaticano II ci ricorda: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm 5, 14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è ‘l’immagine dell’invisibile Iddio’ (Col 1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo (Gaudium et spes 22).
“Le parole citate attestano chiaramente che la manifestazione dell’uomo, nella piena dignità della sua natura, non può aver luogo senza il riferimento – non soltanto concettuale, ma integralmente esistenziale – a Dio e nel Figlio Suo Gesù Cristo. L’uomo e la sua vocazione suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore” (Dives in misericordia, n. 1). Alla luce dell’Antico e del Nuovo Testamento (cf Gn 2-3; Sir 17, 1-15; Rm 7, 21; Mt 25, 31-46), letti nella prospettiva indicata dalla Tradizione e dal Magistero, la Chiesa cattolica, e quindi ogni battezzato, è chiamata a svelare ed a proclamare il perché del male nel mondo e che solo in Cristo il male, la sofferenza, la morte trovano un senso e divengono, misteriosamente, addirittura pegno di speranza. Quindi la vera sfida è riuscire a far comprendere agli uomini di oggi che Cristo è l’unico liberatore, in quanto è il solo e vero Salvatore. Questo potrà avvenire solo attraverso un annuncio integrale della fede, alieno da ogni opzione rigorista o lassista che sia, in ogni caso sempre parziale, ideologica (se non in qualche caso propriamente eretica) e che non farebbe che tradire il mandato di Cristo (cf Mt 28, 16-20). La realtà sociale e la mentalità dei nostri giorni ci richiede di avere sicuramente, forse come non mai prima, chiari i criteri d’inculturazione per la nuova evangelizzazione, ma nella consapevolezza di avere veramente una buona novella da proporre come credenti consapevoli. Quindi non devono esserci dubbi che è la fede cattolica che salva le altre culture nel loro incontrarsi e confrontarsi e non viceversa. Questo dialogo con il mondo esige chiarezza sull’identità e missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, dei quali non è padrona ma amministratrice (cf 1 Cor, 4, 1), senza illudersi che questo messaggio sia sempre e da tutti accolto ed, anzi, sospettare quando questo avviene (cf Gv 15, 8-27).
 
Concludo con alcune citazioni tratte da due opere di G. K. Chesterton e da un bellissimo ed istruttivo film (la cui visione raccomando caldamente a tutti), nella convinzione che saranno validi stimoli a continuare a riflettere sull’importanza per la nostra vita, l’unica che abbiamo, di avere dei veri valori, di riconoscerli per quello che sono, cioè ‘un bene per me’, cercando di viverli nel quotidiano per una vita che abbia senso per ciascuno e significato per tutti.
 
“Le verità si trasformano in dogmi nel momento in cui vengono messe in discussione. Pertanto, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, ma anzi le crea, conferendo loro dei limiti e una forma chiara e provocatoria. Un tempo, noi liberali consideravamo il liberalismo semplicemente una verità ovvia. Oggi che è stato messo in discussione, lo consideriamo una vera e propria fede. Un tempo noi che crediamo nel patriottismo pensavamo che il patriottismo fosse ragionevole e nulla più. Oggi sappiamo che è irragionevole e sappiamo che è giusto. Noi cristiani non avevamo mai conosciuto il grande buonsenso filosofico insito in quel mistero, finché gli scrittori anticristiani non ce l’hanno mostrato.
La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto” (Eretici).
 
È il tempo in cui si prende la fissazione per ragione, il narcisismo per amore, il suicidio per martirio (cf Ortodossia).
 
Il prof. William Hundert, il protagonista del film, alla fine si rivolge ad un suo ex studente, che per l’ennesima volta aveva imbrogliato durante il torneo “Giulio Cesare”, incentrato sulla conoscenza della storia antica, con le seguenti parole:
“Tutti quanti prima o poi siamo costretti a guardare noi stessi allo specchio e a vedere chi siamo davvero. E quando verrà il suo giorno, Sedgewick, lei avrà di fronte a sé un’intera esistenza vissuta senza virtù e senza principi. E per questo ho pietà di lei! Fine della lezione”
(Dal film “Il Club degli Imperatori“ [2002] del regista Michael Hoffman basato sul libro di Ethan Andrew Canin).
 
40 a Giornata per la vita.
La legge sull’aborto, un aborto di legge!
 
 
Nel giorno in cui si celebra la giornata per la vita, non sembra fuori luogo proporre qualche riflessione al riguardo. Lo facciamo partendo dall’ampia risonanza data dai mass media alcuni anni fa al n. 83 dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis. In esso il Santo Padre, Benedetto XVI, parlando delle esigenze intrinseche che comporta il ricevere il sacramento dell’Eucarestia da parte di ogni battezzato (“coerenza eucaristica”), ha ribadito, tra gli altri, l’impegno specifico di coloro che sono impegnati nella vita politica, affermando che: “Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”. Questa ovvia conclusione, riproposta dal Pontefice a tutti i battezzati nel mondo, ha ancora una volta provocato una ridda di reazioni alcune delle quali del tutto irrazionali, se non addirittura isteriche, con accuse alla Chiesa cattolica d’ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Pur nel rispetto sentito e sincero della diversità d’opinione, ma anzi proprio per questo, affinché non si elabori e si giustifichi a riguardo una sorta di teoria del “pluralismo a senso unico”, dove è ammessa alla fine ed ha diritto di cittadinanza solo un’opinione, pensiamo che non sia superfluo, cogliendo l’occasione della celebrazione della vita e di detta querelle, chiarire alcuni aspetti intorno ai quali si registra non poca confusione.
Desideriamo condividere qui, alcune semplici riflessioni riguardanti piuttosto la questione previa e più generale circa il diritto del Magistero d’intervenire in ambito politico quando è in gioco la vita e la dignità della persona umana. Successivamente cercheremo di dare un’applicazione di quanto detto specificamente alla legge sull’aborto. Legge che purtroppo da troppi anni è parte dell’ordinamento giuridico di tanti Stati e che l’opinione pubblica percepisce sempre più come “scontata” e frutto di modernità e civiltà, legale e quindi conseguentemente lecita a livello morale.
Circa il primo punto sarebbe opportuno per tutti, cattolici e non cattolici, rileggere l’illuminante contenuto del n. 76 della Costituzione Pastorale Gaudium et spes. In esso i Padri conciliari hanno ricordato con estrema chiarezza ed equilibrio il vero e sano rapporto che deve realizzarsi tra Chiesa e Comunità politica. Premesso che ciascuna è indipendente ed autonoma l’una dall’altra nel proprio campo, pur se nell’unico servizio alle stesse persone umane, si afferma con cristallina chiarezza però, ed allo stesso tempo, per la Chiesa il diritto di predicare sempre ed ovunque la fede ed insegnare la sua dottrina sociale, ed in particolare “… dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e della salvezza delle anime”. Come si enuclea dal testo citato, i Padri conciliari hanno solo manifestato un’esigenza propria alla missione della Chiesa, che, propriamente parlando, non rivendica tanto il diritto di fronte alla Comunità politica di poter esporre il deposito della fede e d’insegnare il modo coerente di viverla, ma piuttosto ricorda a se stessa il dovere di farlo per non tradire il mandato che le è stato affidato dal Suo Fondatore. Ciò facendo la Chiesa non fa altro che proporre il messaggio liberante della verità evangelica e non desidera affatto imporlo a chicchessia. Cosa che d’altra parte, oggi più che mai che nel passato, sortirebbe l’effetto opposto.
Questo non vuol dire, però, che attraverso i modi e nei luoghi e tempi opportuni della vita politica e sociale chi ha l’autorità nella Chiesa non debba fare presente l’importanza di certe scelte. Nello svolgere questo suo preciso compito il Magistero non fa che ricordare a tutti, le esigenze intrinseche ed inderogabili della natura umana, esigenze che ovviamente per chi si professa credente, sono vincolanti in un modo tutto proprio alla luce della Rivelazione ed in vista della salvezza eterna.
 
In questo contesto, prendiamo ora in esame, quasi come esemplificazione ed applicazione di quanto appena detto, il caso della legalizzazione dell’aborto in molti dei contemporanei ordinamenti giuridici, presentata dalla “cultura” contemporanea come conquista di civiltà, “diritto inviolabile” della donna moderna. Anche se rimane e rimarrà per sempre, oggettivamente, un abominevole delitto (cf Gaudium et spes, n. 51) che vuole essere fatto passare per un diritto (cf Evangelium vitae, n. 4), in quanto uccisione dell’innocente per antonomasia, il più povero tra i poveri, in quanto non nato! Quindi, la pretesa di legittimare giuridicamente l’aborto, rifiuta di vedere l’intrinseca contraddizione giuridica sulla quale riposa. Infatti, se l’idea di “Stato di diritto” è nata e si è affermata nel corso del tempo per il suo essere salvaguardia dei diritti di tutti, contro ogni anarchia o totalitarismo, come si può ammettere nel suo ordinamento giuridico una legge che fa del diritto fondamentale e primo, cioè del diritto alla vita, oggetto di una arbitraria concessione? Se ognuno di noi è venuto alla vita perché la propria madre gli ha fatto questa “grazia”, ecco che non si può più parlare di vero e proprio “diritto”, ma allora si sfalda rovinosamente tutta la concezione e la conseguente struttura del moderno Stato di diritto, in quanto, appunto, del suo primo e fondamentale diritto se ne fa al massimo una grazia!
 
Ora se il Magistero non si stanca di ripetere in tutte le sedi ed in ogni occasione, anche a costo dell’impopolarità e di accuse d’ingerenza, il valore supremo ed inviolabile della vita fin dal suo concepimento, lo fa nella coscienza che questo è un suo preciso dovere. Dovere che pur nascendo ed illuminato dalla fede sa che non può rimanere relegato in essa. Tutto questo ha un significato specifico per tutti quei parlamentari che si professano cattolici. La difesa della vita non è questione confessionale, dove basta professarsi non credenti per trovare giustificazione a scelte e comportamenti che sono contro la ragione, la verità, il diritto e la giustizia. Con la vita e la dignità della persona umana tocchiamo ambiti e decisioni che non sono soggetti al mero consenso della maggioranza per poter essere moralmente adottati. Tutto ciò esige dal Magistero ed in particolare da quei battezzati impegnati nell’amministrazione della cosa pubblica, il dovere d’intervenire nell’ambito politico evitando quel complesso d’inferiorità che spesse volte ha giocato un ruolo considerevole, con risultati nefasti, nell’impegno politico dei cattolici. Il dialogo è importante e doveroso, ma fermo restando l’importanza della ricerca della verità e della giustizia che mai potranno essere sacrificati sull’altare del compromesso, dell’opportunismo o del cinico utilitarismo, soprattutto quando su quell’altare saranno sacrificati degli innocenti.
 
Queste brevi e semplici riflessioni ci portano a sperare, ma soprattutto ci impegnano a pregare il Signore, affinché i cattolici oggi si rendano sempre più conto della necessità di arrivare a quella fede adulta, necessaria ed indispensabile a poter annunciare e testimoniare al mondo di oggi la bellezza ed il fascino della fede. Una fede, frutto di un rapporto vissuto con Colui che ci ha tanto amato fino a dare la vita per noi sulla croce, che non è mai contro l’uomo, ma sempre per tutto l’uomo e per tutti gli uomini.
P. Bruno, O.P.
 
 
 
Una recensione di “Lettere a una carmelitana scalza” del card. Giacomo Biffi
 
 
 
 
 
 
L’11 luglio 2015 concludeva il suo lungo e proficuo pellegrinaggio terreno il Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, noto per i suoi scritti in ambito soprattutto teologico e catechetico, per le sue omelie, sempre brevi, ma allo stesso tempo dense e graffianti, delle quali i primi uditori erano coloro che non erano proprio in sintonia con lui, ma che in ogni caso gli riconoscevano una profonda preparazione, coerenza ed onestà intellettuale.
 
Chi ha conosciuto personalmente il Card. Biffi, come il sottoscritto che è stato da lui ordinato diacono ed ha continuato questo legame in vari modi lungo gli anni, conservandone ricordi indelebili, ovvero attraverso i suoi scritti ed i suoi interventi pubblici, ha potuto sempre verificare il suo sincero amore per Cristo, il centro di tutto e di ognuno, e per la sua sposa, la Chiesa (che per questo pretendeva si scrivesse sempre con la C maiuscola), chiamata a continuare sotto la guida dello Spirito Santo, nello spazio e nel tempo, la missione salvifica affidata dal Padre al Figlio.
A proposito del mio rapporto personale, mi permetto di condividere un episodio che ad oggi mi rimane inspiegabile ed allo stesso tempo manifesta l’imprevedibilità del Card. Biffi. Egli che faceva “… fatica ad andare anche a S. Giovanni in Persiceto” (lettera del 14-VII-1997, p. 214. Da ora in poi indicheremo, salvo eccezione, solo la data della lettera) accettò, con sorpresa di tutti, l’invito che il Rettore del tempo della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma (Angelicum), gli fece avere mio tramite, di presiedere la celebrazione Eucaristica nel giorno della Festa di San Tommaso (28 gennaio 1996). Nell’omelia che tenne, in soli nove minuti riuscì a tratteggiare la figura del vero teologo alla luce del grande Dottore Angelico.
Mettendo in risalto le virtù che deve possedere ed evidenziando i vizi dai quali deve tenersi lontano colui che è chiamato ad annunciare con sapienza il progetto salvifico di Dio: “Noi non abbiamo bisogno di annunciatori della parola che cambino il Vangelo con la scusa di adattarlo al nostro tempo, ma di annunciatori che tentino ogni giorno, magari riuscendoci poco, di cambiare se stessi per essere un giorno più conformi al Vangelo che non cambia”. Quindi, la sua preoccupazione era di rimanere fedele alla Verità che è Cristo, senza se e senza ma, sforzandosi sempre di annunciarla con Carità (cf Ef 4, 15), nel suo ministero pastorale ed in modo tutto particolare attraverso i suoi innumerevoli scritti, quasi sempre pungenti ed ironici, da uomo di cultura, non comune, e di Chiesa, che preferiva la certezza della fede alle sfumature e compromessi. Quindi un pastore che ha realizzato in pieno l’invito rivolto ai partecipanti all’ultimo Sinodo sulla famiglia da papa Francesco del parlare con parresia, cosciente che questo non significa automaticamente essere accettato da tutti. L’unicità del presente testo, rispetto agli altri innumerevoli scritti del Card. Biffi, è data dal fatto che esso raccoglie l’epistolario di oltre cinquant’anni tra lui e Sr. Emanuela Ghini, che ne ha curato la pubblicazione a quasi due anni dalla morte del cardinale, e quindi di scritti che non erano per il pubblico, ma che sono testimonianza viva di due sinceri ricercatori di Dio, e che hanno perciò il pregio di farci conoscere “dal di dentro” gli interessati. I due s’incontrarono alla fine degli anni Cinquanta nel Seminario di Venegono dove il giovanissimo prof. Don Giacomo Biffi aiutò la giovanissima Emanuela nello sviluppo della sua tesi di laurea in filosofia. Dopo qualche anno la decisione di quest’ultima di diventare monaca carmelitana scalza e la continuazione del loro dialogo a livello epistolare. Purtroppo il volume riporta quasi solamente le lettere del Card. Biffi e solo alcune di Sr. Emanuela, ma ciò nonostante è possibile cogliere appieno il contenuto specifico del loro dialogo: ricercare nella foresta di segni che è il mondo l’allusione all’invisibile. Anche se hanno una destinataria unica, esse muovono da realtà assolute e si propongono come declinazione del reale contingente.
Chi si aspetta di leggere in queste lettere solo argomenti inerenti alla direzione spirituale rimarrà positivamente sorpreso in quanto troverà molto di più, una presa in considerazione ed una valutazione dei vari aspetti e delle varie personalità della Chiesa cattolica e della società e della politica italiana dell’ultimo cinquantennio, dove Biffi non ha paura di arrivare al paradosso, ereditato senza dubbio da uno dei suoi autori più amati, G. K. Chesterton, fino a diventare provocazione. “Oggi il vero coraggio morale starebbe nell’accettare di ‘apparire’ retrogrado e di ‘apparire’ fascista; il che significa sfidare un’opposizione culturale che è di gran lunga più capillare, più intransigente, più liberticida di quella che ci ha afflitto nello squallido e sciagurato ‘ventennio’” (7-VII-1978). Degno di nota è anche il suo realismo che implicava una visione disincarnata del reale: “La Chiesa non deve essere credibile, deve essere credente; allora sarà anche credibile” (20-XII-1974); “La felicità non è una colpa per i discepoli di Cristo, è un dono da assaporare quando ci è dato. Poi arrivano le ore asprigne, e bisogna assaporare anche quelle” (18-VI-1976); “Le persone con cui si vive sono importanti, ma non sono la cosa più importante” (20-XII-1977). A proposito dei sacerdoti che chiedevano la dispensa per sposarsi ecco il consiglio che diede al suo arcivescovo: “E gli ho detto che qualche anno di peccaminoso concubinato mi impressionano meno di una stupidità irreparabile. Credo mi desse ragione, ma purtroppo queste leggi non si fanno a Milano” (1°-VII-1977). Come si vede una persona veramente libera, dove le classiche e vuote etichette di “conservatore” o “liberale” manifestano tutta la loro insignificanza, ma di una libertà che nasce dalla ricerca e dalla docilità alla Verità (Cristo stesso) che per lui rimane la questione delle questioni (cf Gv 8, 32).
Per questo scriveva: “… non c’è molta differenza tra gli antichi ecclesiastici reazionari e i nuovi ecclesiastici progressisti. Negli uni e negli altri è sempre stato difficile trovare una vera ‘spregiudicatezza’, cioè un amore primario e incondizionato per la vita. […] non mi stanco di proporre senza troppi addolcimenti la ‘questione della verità’ come quella primordiale e più urgente per i cristiani e per tutti” (8-VI-1985). Questione della verità, per lui una vera passione, che infatti ritroviamo in una lettera di alcuni anni prima dove parla dell’intercomunione eucaristica con gli Ortodossi, dei valori della teologia orientale, delle chiese protestanti, di natura e nominalismo ed affronta con chiarezza cristallina, ed anticipando quanto si sarebbe poi realizzato, la questione dell’omosessualità, cifra significativa dell’odierna confusione a livello logico ed etico. “Il riconoscimento della normalità degli omosessuali è un bell’esempio di dove possa portare lo smarrimento della realtà della natura (vale a dire, del nominalismo). La comprensione e l’amore per le persone omosessuali sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente, c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale. La quale, da un lato è sempre cedevole agli umori e all’attivismo dei prepotenti, dall’altro si fa essa stessa prevaricatrice e sopraffattrice (come hanno dimostrato e dimostrano le grandi tirannie di questo secolo), senza che sia più dato agli uomini alcun criterio per giudicarla” (23-XII-1979). Nessun criterio o peggio ancora quel criterio che Hegel afferma nella sua Filosofia del Diritto, quando si chiede chi sarà il giudice della storia e risponde: la storia! Cioè chi ha vinto, chi si è imposto e non importa come e quando, se contro la verità e la giustizia. Altrettanto chiara, logica ed allo stesso tempo ironica e piena di speranza la sua analisi della situazione della Chiesa ad alcuni decenni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Anche se un po’ lungo, riporto qui il testo, convinto di fare cosa gradita al lettore in quanto stimolo a riflettere sulla verità della carità, ma soprattutto sulla carità della verità, ambito quest’ultimo dove rischiamo di mancare, almeno per omissione.
“Non sono d’accordo che questo tipo di verità – che non colpisce nessuna persona – vada taciuta o attenuata. Anzi, bisogna energicamente reagire contro l’innegabile intimidazione con cui in tutti questi si è cercato di soffocare ogni denuncia, facendo apparire nemici del Concilio (e quindi dello Spirito Santo) anche coloro che erano nemici soltanto dell’insipienza ecclesiale. Il pensiero della buona fede e degli entusiasmi sinceri degli altri non mi abbandona mai: è proprio la mia persuasione che tutti agiscono per il bene, e perciò saranno premiati da Dio escatologicamente, che mi spinge ed essere franco e ‘spiacente’ in sede di riflessione storica. Chi sbaglia non può avere tutto: il premio futuro per la retta intenzione e la consolazione terrestre di non aver oppositori. Ti dirò poi che la vicenda di questi anni mi ha fatto capire le epoche di decadenza della cristianità: credo spesso dovute allo zelo col quale si affermano e si esaltano alcuni aspetti, e non ci si avvede della eclissi di altri, e talvolta anche più importanti, valori. Comunque la decadenza che stiamo vivendo è grande, universalmente diffusa e per qualche aspetto crescente. Mi pare possa essere paragonata alla crisi che è seguita al concilio di Nicea, quando il mondo si ‘svegliò ariano’: adesso la cristianità si è trovata secolarista, solo che non si è ancora svegliata. O forse la nostra epoca è simile a quella seguita al Concilio di Costanza, da cui uscì solo con la tragedia della Riforma protestante e con le asperità della Riforma cattolica. Vero è che quelle due epoche furono anche tra le più ricche di nuovi fermenti e di autentici impulsi di rinnovamento. E così io credo sia questo. Il Signore è vivo e sa usare anche le nostre sciocchezze per operare i suoi prodigi. Ma questo non significa né che dobbiamo sforzarsi di essere sciocchi né che dobbiamo perseverare fino alla fine nell’esaltare, quando le incontriamo, le apostoliche grullerie” (27-XII-1980).
Valutazioni chiare, oggettive e rispettose, come del resto tutte le altre che abbiamo qui riportato e le molte altre che si potranno leggere in questo arricchente volume, ma che sicuramente “urteranno” più di qualcuno. Perché? Dire la verità ed accettare la verità, non è mai qualcosa che può essere data per scontata, anzi, purtroppo, è di esperienza comune come la realtà è ben diversa. Oggi sembra quasi che nei rapporti a livello sociale, politico, ecclesiale e religioso, sia l’eccezione trovare qualcuno che dice la verità, mentre la regola sembra essere la menzogna, la falsità con tutte le loro nefaste conseguenze nei rapporti interpersonali, sociali ed ecclesiali. Le persone, e questo risulta ancora più scandaloso in quelle di Chiesa, sembrano a volte avere paura della verità, fino ad arrivare a “difendersi” da essa, non rendendosi conto che è la verità che ci difende e che noi non abbiamo nessun potere su di essa (cf 2 Cor 13, 8). Ma al di là di tutto, i vari testi costituiscono un proficuo materiale per coltivare la propria fede in quanto sono scritti da un sacerdote di profonda, lucida e costante tensione alla Verità-Cristo, cosa che non dispensa dalla fatica e dall’inquietudine: “… siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci eccede. E poi, se solo nel Figlio di Dio Crocifisso l’uomo si salva dall’insignificanza […], come mai di fatto non lo conoscono, come mai non si riesce a farlo conoscere? E come mai, in questo oscuro oceano di pene, si debba sperimentare l’inefficacia, e quindi l’inutilità, della preghiera che chiede sollievo?” (22-VIII-1983).
Il volume è pieno di queste analisi profonde e realistiche e qualche volta addirittura inquietanti che vale la pena di leggere e meditare, cosa che senza dubbio arricchirà il lettore da diversi punti di vista. Per questo di notevole aiuto risulta essere la lunga introduzione, di carattere cronologico e tematico, fatta dalla stessa destinataria delle lettere e curatrice della loro pubblicazione. Infine, è da segnalare che il testo è preceduto da una Prefazione del Card. C. Caffarra e si conclude con la Postfazione di S. Ecc.za Mons. M. M. Zuppi, cioè dei due immediati successori del Card. Biffi sulla sede di san Petronio. Cosa altamente significativa in quanto entrambi hanno così concretamente testimoniato la loro comune riconoscenza per l’alto magistero svolto dal loro predecessore in favore del Popolo di Dio che è in Bologna.
Il Card. Giacomo Biffi non ha mai lasciato indifferenti coloro che l’hanno incontrato ed ascoltato o l’hanno letto, era senza ombra di dubbio una persona che “polarizzava”. Ciò vale anche per questa raccolta di lettere dove del resto spesso egli prende atto, ma quasi sempre con “buon umore”, del suo isolamento a livello intellettuale e teologico, per il suo non essere “politicamente corretto”, ed accennando, ma solo con discrezione, a coloro che facevano riferimento a lui in vario modo: dall’andare a trovarlo fino a fare una tesi sulla sua antropologia teologica (cf pp. 230; 238-240; 245; 247). In ogni caso mi sembra che le seguenti parole di san Paolo a Timoteo, che vengono proclamate nella liturgia della Parola durante la celebrazione Eucaristica nella solennità del S. P. Domenico, predicatore della Verità, descrivono in modo sintetico ed incisivo quelle che sono state la vita ed il ministero del Card. Biffi: “… annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4, 2-8).
Santuario di Santa Maria del Sasso – Bibbiena (AR)
  1. Bruno Esposito, O. P.
 
1 Biffi Giacomo, Lettere a una carmelitana scalza (1960-2013), a cura di E. Ghini, Prefazione di C. Caffarra, Postfazione di M. M. Zuppi, Edizioni ITACA, Castel Bolognese 2017, € 24,00, 302 pp., ISBN 978-88-526-0519-2.