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Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (Testo completo)

 

Sommario: I. Introduzione; II. Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?; III. Partner: il significato ed il contesto propri di compagna/o ; IV. Conclusione.

Introduzione

            Il chiamare, il sentire o definire come compagna/o colei o colui che da sempre erano stati considerati come fidanzata/moglie o fidanzato/marito, è ai nostri giorni ormai comune. Addirittura ascoltando la radio o vedendo la televisione, ci si accorge che molte persone pur essendo sposate, religiosamente o civilmente, preferiscono usare i termini di compagna/o per evitare di apparire fuori tempo e forse fuori ‘posto’. Ovviamente nihil sub sole novum (Ec 1, 9) in quanto lungo il corso della storia, almeno della civiltà Occidentale, molteplici sono state le iniziative che hanno voluto ‘sdoganare’ l’amore tra una donna ed un uomo da ogni presunta limitazione istituzionale e riconoscimento legale, sentite come ‘costrizioni’. Rimanendo solo all’età moderna è possibile individuare: la Rivoluzione francese, lo ‘Statuto familiare’ in Russia del 1918, il Movimento del Sessantotto. Di fronte a questo tipo di avvenimenti e situazioni credo che la cosa più sensata ed intelligente da fare sia quella di chiedersi semplicemente: perché? Cercando di partire non da preconcetti o visioni ideologiche, ma semplicemente dalla realtà oggettiva, ricercando da ‘mendicanti’ quella verità che non ci appartiene in quanto non dipende dalla nostra volontà, ma che possiamo solo accogliere: “Veritas est adaequatio rei et intellectus” (S. Theol., I, 14, 1-2; Contra gent., I, 59; 62; De Veritate, I, 1). Con questa definizione san Tommaso d’Aquino non ha fatto altro che ricordare che la verità consiste nella corrispondenza fra l’intelletto e la cosa, ragione per la quale una parola è significativa, una proposizione è vera quando la mente coglie ciò che esiste, quando la mente si adegua ponendosi in una relazione di corrispondenza, con la realtà (cf http://www.padrebruno.com/perche-e-importante-recuperare-il-significato-delle-parole-che-usiamo-2/).

           Tutto ciò che sembrava un punto fermo ed incontrovertibile, fu contestato e messo in discussione dal XVIII sec. in poi con Kant, Fichte, Schelling, Hegel e dalla visione, in particolare di questi ultimi, del mondo che va sotto il nome di ‘idealismo’ (una ‘ideosofia’ piuttosto che una filosofia per J. Maritain, in quanto la ricerca prende ad oggetto l’idea e non l’essere) che riconduce totalmente l’essere al pensiero, negando esistenza autonoma alla realtà, ritenuta il riflesso di un’attività interna al soggetto. In altre parole: non è più l’essere che genera il pensiero, ma il pensiero che dà origine all’essere. Tenendo presente detta visione della realtà, della quale noi tutti siamo figli, possiamo iniziare a capire il perché della sistematica opera di sovvertimento dei significati delle parole, dove alla fine non dovremo un domani meravigliarci se chiameremo le mele, pere e le pere, mele! Una volta negata l’oggettività della nostra conoscenza con l’adeguarsi della nostra mente al mondo che ci circonda, tutto ed il contrario di tutto diviene se non possibile, almeno ipotizzabile e potenzialmente giustificabile per quel ‘soggettivismo radicale’ che ne è all’origine e produce tante verità quanti sono i soggetti interessati. Ognuno dà il significato che vuole alle parole che usa, ognuno si sente autorizzato e giustificato a fare quello che fa, per il semplice fatto che ‘sente’ essere la cosa giusta, e chi non accetta è semplicemente un asociale, qualcuno che ‘giudica’ solamente, che non capisce e non ‘accetta/ama’ gli altri per quello che sono (quindi non escludendo nessuno, neanche, per esempio chi sfrutta i poveri e nega giustizia agli innocenti). Quindi nient’altro che quella eterna tentazione del peccato originale (cf Gn 3, 1-5) di farsi Dio, quindi di pensarsi il creatore, dove alla fine l’io è il mondo ed il mondo è il proprio ‘io’. In un mondo così fatto, ovviamente non esiste ‘la verità’, ma ognuno ha le proprie convinzioni che gli altri devono semplicemente accettare (cf B. Esposito, La risposta cristiana al soggettivismo etico e giuridico, in http://www.settimananews.it/diritto/risposta-cristiana-al-soggettivismo-etico-giuridico/). La conferma di quanto però sia pericoloso questo modo di vivere e di pensare, l’abbiamo sotto i nostri occhi in questi primi giorni della così detta ‘Fase 2’ della pandemia da COVID-19. Dal Nord al Sud dell’Italia persone che si sentono in ‘diritto’ di avere la movida notturna, come se niente fosse successo, e non si curano che loro od altri potrebbero essere le prossime vittime. Lo stesso viene dato di pensare se si guarda, sempre in questi giorni, anche solo allo scenario europeo dove Stati ricchi ed in ogni caso considerati all’avanguardia nel welfare e tra i più ‘progressisti’ (termine anche questo stravolto: cf http://www.padrebruno.com/conservatore-progressista/), come Austria, Danimarca, Svezia e Olanda che guidano il fronte dei Paesi del Nord Europa, contrari alla mutualizzazione del debito che i Paesi dell’Unione stanno contraendo per questa pandemia, e così si oppongono alla solidarietà che è l’unico modo per uscire da questa crisi, data la globalizzazione.

Però, e qui iniziano i problemi in quanto siamo esseri che non possono vivere senza i propri simili, in un mondo del genere diventa impossibile comunicare, dialogare, confrontarsi, rispettarsi, amarsi veramente, cioè darsi per l’altro e non approfittare di lui. Uno dei segni incontestabili di questo stato di cose, come ho già accennato, è proprio lo stravolgimento delle parole che si usano quotidianamente, molte delle quali sono completamente sovvertite rispetto al loro significato vero ed originale. Operazione portata avanti, in modo ormai collaudato, sulle prime attraverso questo o quell’autore, qui o lì nei vari mezzi di stampa e di comunicazione, che oggi sono alla portata quasi di tutti, fino ad imporsi in modo quasi inconscio ed inconsapevole. Si pensi all’idea di ‘libertà’ che finisce dove inizia la libertà dell’altro, quando invece il vero concetto di libertà esige di essere vissuta insieme agli altri, oppure al termine ‘tolleranza’ usato nel senso di rispetto, quando invece comporta in sé un giudizio negativo sull’altro in quanto non si tollera ciò che è bene, e così via. Questo stato di cose che con il tempo (soprattutto con l’età nel senso del passare degli anni per ciascuno), spesso provoca, da una parte, sempre in più persone il desiderio di evadere, d’isolarsi da un mondo che sembra sempre di più impazzito, dove in mancanza di categorie e criteri oggettivi, ognuno ritiene ‘folle’ l’altro che non si comporta come lui o che non accetta le sue idee ed i suoi comportamenti. Si assiste anche alla formazione di vere e proprie ‘coalizioni’, lobby che aggregano coloro che hanno una determinata idea della vita, della morale, della politica, dell’economia, della finanza e vogliono imporre in un modo od in un altro la loro ‘visione’ della realtà agli altri, con le modalità e gli effetti che si possono facilmente immaginare. Davanti all’impressione di questa follia collettiva la tentazione di molti è quella di alzare le mani, di accettare ciò che sembra l’ineluttabile, anche perché ogni tentativo di reazione sembra essere sentito come destinato a fare la fine di Don Chisciotte contro i mulini a vento. A conferma di quanto scritto, consiglio caldamente di leggere quanto riportato in un messaggio postato in data 14 maggio su facebook nel quale, tra l’altro si propone di sostituire boyfriend/girlfriend con partnerhusband/wife con spousehttps://www.facebook.com/photo/?fbid=10158625430450820&set=a.89524425819. Questi tentativi di forgiare una ‘lingua nuova’, che sembrano una vera e propria ossessione, non provano neanche a nascondere la volontà di ‘ricreare’ il mondo ad immagine e somiglianza della cultura dominante, espressione di quei centri di potere che usano le masse, promettendo loro libertà, ma di fatto facendone dei ‘dipendenti’ se non degli schiavi (cf 2 Pt 2, 19).

L’impressione che il mondo non sia altro che un immenso manicomio è stato usato da più di qualche autore in letteratura. In una di queste opere, di cui non ricordo né l’autore e né il titolo, lessi che passando fuori da un manicomio il protagonista si chiedeva sempre da quale parte fosse il chiavistello che serrava la porta per non uscire! D’altra parte questo oggi, rimanendo in Italia, non sarebbe possibile in quanto dal 1978 con la L/180 (così detta Legge Basaglia), i manicomi sono stati formalmente aboliti, anche se, ovviamente la legge non ha potuto abolire la malattia mentale, ma questo è un altro discorso. Questa presa d’atto mi ha sempre spinto (e con questo vi propongo un ulteriore passo in avanti nella riflessione), ad accettare con convinzione il ‘principio di realtà’ dal quale bisogna sempre partire anche se con la tecnica si può manipolare o cambiare (altro discorso è se questo è sempre un bene). Altrimenti si corre il rischio che ha segnato la vita di qualche dittatore che non capiva come fosse possibile che la natura non si conformasse al suo piano quinquennale dei raccolti agricoli! Proprio in riferimento al principio di realtà, ricordo un bellissimo film, Cast Away, uscito nel 2000, diretto da Robert Zemeckis che aveva come attore protagonista un insuperabile Tom Hanks e per colonna sonora una toccante composizione di Alan Silvestri. È la storia di un manager di una grande compagnia, che vive per il suo lavoro, in un ambiente super tecnologizzato, e che per un incidente aereo vive per più di quattro anni come naufrago in un’isola sperduta del Pacifico, con la sola compagnia del ricordo della donna che amava e della presenza di un pallone, che diventa il suo unico amico, l’amico Wilson (nome della marca). Ciò che mi colpì di più di questo film fu proprio il rifiuto iniziale del protagonista di accettare la realtà. Tutto ciò che nella sua vita di ogni giorno fino ad allora sembrava scontato o dovuto, nell’attuale situazione andava lentamente conquistato. Simboliche, tra le tante, due scene: nella prima che lo vede nell’isola impegnato per settimane a cercare di accendere il fuoco con la frizione di due pezzi di legno, nella seconda, dopo il suo salvataggio ed il suo ritorno a casa, quando dopo la festa di ben tornato da parte dei suoi colleghi, rimane solo ed accende e spegne in continuazione un accendino, quasi un gesto automatico, che invece quando era sull’isola gli aveva procurato delle dolorosissime vesciche.          

Queste considerazioni introduttive possono sembrare esagerate o pesanti come macigni, ma proprio per questo ho deciso di proporle affinché ogni lettore ne possa dare una valutazione oggettiva e pacata, al di là di chi l’ha scritte (cf San Tommaso, S. Theol., I-II, 109, 1 ad 1). D’altra parte mi sembrava doveroso dare qualche indicazione previa prima di affrontare proprio questo sovvertimento o confusione che si voglia dire, almeno a mio sommesso avviso, dei termini indicati nella presente riflessione. Visto che farò in questa riflessione più volte riferimento al valore ed al significato del linguaggio, mi sembra opportuno ricordare previamente qualche nozione di base. In genere si distinguono tre tipi di linguaggio: 1) aletico; 2) valutativo; 3) deontico.Nel linguaggio aletico (dal greco alétheia, verità), si danno proposizioni che affermano essere vero o falso un ente, un fatto, una situazione: questa è una banconota di 10 €; io sto leggendo; io sono figlio di mia madre. Poi abbiamo delle proposizioni che fanno parte del linguaggio valutativo, che contengono un giudizio di apprezzamento o meno su un ente, su un fatto, su una persona: questo film è bello; fare la carità è un bene; l’amicizia è un bene unico. Infine abbiamo il linguaggio deontico (dal greco to déon, ciò che è da fare), del quale fanno parte le proposizioni che stabiliscono ciò che si deve o non si deve fare: i cittadini devono pagare le tasse; non si deve uccidere la persona innocente (cf S. Cotta, Il diritto nell’esistenza. Linee di ontofenomelogia giuridica, Milano 19912, p. 190).

Per evitare un testo troppo lungo ho deciso di dividerlo, come si evince dal sommario, in quattro parti che pubblicherò, spero, settimanalmente. Avendo iniziato a scrivere queste righe nel giorno in cui ricorre il Centenario della nascita dell’indimenticabile san Giovanni Paolo II (18 maggio 1920-2020), ex studente dell’Angelicum nel quale conseguì il Dottorato in Teologia nel 1948, mi vengono alla mente due sue affermazioni che desidero consegnarvi a conclusione di questa introduzione e nell’attesa di ritrovarci prossimamente. “Ma se c’è in me la verità, deve esplodere. Non posso rifiutarla, rifiuterei me stesso” (K. Woityla, Nascita dei confessori). “Non si può pensare solo con un frammento di verità, bisogna pensare, con tutta la verità” (K. Woityla, Fratello del nostro Dio). Nella consapevolezza che: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, … (Gv 16, 13).

II. Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?

In pillole il contenuto del presente paragrafoIl vero amore è un desiderio, un anelito, quasi il bisogno di ogni persona che in quanto tale non solo ha un bisogno effettivo dell’altro, ma soprattutto sente un bisogno affettivo i cui livelli più alti sono rappresentati dall’amicizia e dall’amore sponsale. La dinamica di una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo è una realtà complessa che non può essere limitata al sentimento, alle emozioni destinate inesorabilmente a trasformarsi o addirittura a passare. In questo paragrafo si riassume schematicamente detta dinamica (compiacenza, concupiscenza, reciprocità, simpatia, amicizia, amore sponsale), e si prende atto che un tale tipo d’amore non può non impegnarsi in un rapporto in cui l’io ed il tu si fondano in un noi per la vita. Un tale impegno d’amore tra una donna ed uomo, pur essendo una realtà intima e personale per le persone coinvolte, nella quale non è possibile entrare, a nessuno ed in nessuna circostanza, ha delle conseguenze a livello sociale, sia civile che ecclesiale, ed anche per quanto riguarda la dimensione di fede. Da qui il senso non solo dell’opportunità, ma della necessità di una ratifica pubblica di questo impegno insieme che, come tutti sappiamo, non è mai una ‘telenovela’ e soprattutto non è mai ‘una rosa senza spine’. Questa è una verità ed allo stesso tempo un mistero come il ‘pathei mathos’ dell’Inno a Zeus nell’Agamennone di Eschilo: dalle sofferenze si può solo imparare, anzi si deve imparare per crescere e diventare così persone moralmente adulte, questo vale in modo particolare in un rapporto d’amore.

Ovviamente il riflettere sul significato di termini come compagna/o fidanzata/o trova il suo senso in riferimento ad un determinato tipo di relazione. Per evitare equivoci e fraintendimenti, mi sembra opportuno chiarire subito che prenderò qui in considerazione solo la relazione d’amore che si dà fra una donna ed un uomo, che reciprocamente si accolgono e si donano in una scelta permanente di vita ed aperta alla vita. Quindi nient’altro di ciò che verifichiamo essere parte della natura e dell’identità delle persone. Natura ed identità che il cristianesimo ha sempre riconosciuto, accolto anche se nella consapevolezza delle sue ferite, ma ancora di più certa della salvezza operata da Cristo, dalla sua opera di redenzione che, attraverso l’opera della Grazia eleva la natura, la perfeziona sanandola ed elevandola al piano soprannaturale (cf S. Theol, I, 1, 8, ad 2). Tutto ciò è chiarissimo riguardo al matrimonio, che non è una invenzione del cristianesimo, ma non è altro che il patto “… con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla generazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento” (CIC/83, can. 1055, § 1). Questo paragrafo del Codice di Diritto Canonico sintetizza ciò che non è altro che la realtà che vede intrinsecamente in relazione, pur nella distinzione, del piano naturale e di quello soprannaturale: il matrimonio è un istituto naturale che con il tempo è stato disciplinato in ambito civile e religioso con norme aventi forza giuridica, divenendo così anche un istituto giuridico. Questo istituto naturale, da Cristo è stato elevato a canale della grazia, facendone uno dei sette sacramenti, che la competente autorità nella Chiesa cattolica ha provveduto a normare lungo il corso dei secoli, ma sempre nella fedeltà a quello che il matrimonio è (e non potrebbe non essere, se non divenendo qualche altra cosa), a livello naturale e sacramentale.

Di seguito mi limiterò ad affrontare la complessa problematica limitandomi a quanto questa relazione richiede ed esige per sé, e non perché imposto da qualcuno. Quindi non prenderò direttamene in considerazione ciò che è richiesto al battezzato consapevole della sua fede, cioè che questo impegno non potrà che realizzarsi con la celebrazione del sacramento del matrimonio. Quindi di seguito mi limito a  dei brevi spunti di riflessione, quasi tessere da mettere insieme per formare un mosaico non da ammirare come un capolavoro del passato, ma da vederecomprendere al fine di realizzarlo nella sola vita che ci è data di vivere (cf Salmi 114, 5 e 134, 16; Sap 4, 14; Ez 12, 2), con nessuna pretesa di esaustività ed ancora mendo di originalità e scientificità, ma come un semplice invito a chi legge ad intrattenersi su di essi con mente libera ed aperta affinché ciascuno possa arrivare a delle conclusioni secondo verità (v. linguaggio aletico nell’introduzione).

            La prima tessera che propongo, che di primo acchito potrebbe sembrare fuori luogo, è invece lo ‘sfondo’ dell’intero mosaico, e riguarda un aspetto fondamentale, non tenuto nella dovuta considerazione. Mi riferisco alla dinamica del nostro agire, in parole povere: perché scegliamo una cosa invece che un’altra? Anche se molti non se ne rendono conto, sempre a fondamento dell’agire c’è un fine che ci si propone di raggiungere. Questo fine provoca il nostro agire nella misura in cui abbiamo l’intenzione di raggiungerlo, di realizzarlo, quindi il fine è il primo nell’intenzione di chi agisce, anche se sarà l’ultimo nella realizzazione, nel conseguirlo. In questo modo il fine causa gli atti umani, ne specifica la natura e costituisce il criterio in base a cui si possono valutare. Il fine, dunque, ha la dimensione di causa nell’agire delle persone (cf S. Th., I-II, 1, 1, ad 1), ma allo stesso tempo ne costituisce la conclusione, così come lucidamente sottolinea san Tommaso: “… gli atti sono detti umani in quanto procedono da una volontà deliberata. Ma l’oggetto della volontà è il bene ed il fine. È perciò evidente che il fine costituisce il principio degli atti umani in quanto tali. E così pure ne costituisce il termine: infatti l’atto umano ha il suo termine in ciò che la volontà persegue come suo fine” (S. Th., I-II, 1, 3).

            Chiarito previamente, che sempre all’origine del nostro agire e delle nostre scelte c’è un bene colto come un fine da conseguire, dobbiamo ora vedere nella seconda tessera, le dinamiche che portano una donna ed un uomo ad innamorarsi tanto da voler realizzare una comunione di vita.

Su questo punto ed in quelli successivi di questo secondo paragrafo, farò libero riferimento al testo di Karol Wojtyla, riconosciuto santo da Papa Francesco nel 2014, Amore e responsabilità (pubblicato per la prima volta nel 1960), tematiche riprese da Pontefice nelle Catechesi del mercoledì negli anni 1981-1983. Alla luce di quanto sopra evidenziato, possiamo individuare l’aspetto che ci permette di procedere nell’assemblaggio di questo mosaico dell’amore sponsale: l’amore è sempre un rapporto reciproco di persone, un rapporto fondato a sua volta sul loro atteggiamento individuale e comune nei confronti del vero bene per loro. L’amore tra una donna ed un uomo non è altro che uno specifico tipo d’amore, esso s’imprime profondamente nella psiche di ambedue e resta legato alla vitalità sessuale dell’essere umano. Ma l’amore umano non si riduce a questi aspetti né s’identifica con essi in quanto si distingue per essere una relazione tra persone, quindi con un carattere personale.

Il primo elemento che si percepisce in questa relazione è quello della compiacenza, il presentarsi, reciproco, dell’altra e dell’altro appunto come un bene dal quale si è attratti. Quindi, a ben vedere, non è infondato affermare che siamo scelti dall’amore e non siamo noi a scegliere chi amare. Il modo immediato (da qui il così detto ‘colpo di fulmine’ o ‘cotta’), con cui tale compiacenza si manifesta, implica diversi fattori, ma con un ruolo determinante della tendenza sessuale, proprietà e forza della natura umana che in quanto tale deve essere vissuta, cioè come sessualità propria dell’uomo (cf http://www.padrebruno.com/amore-sesso/). Evidentemente l’attrazione per compiacenza, per non rimanere un vuoto sentimento, esige di essere verificata attraverso la mutua conoscenza, alla luce di un complesso di esperienze viste e vissute secondo verità, che va a confermare o meno l’amore oblativo per l’altra/o. In altre parole: non sarebbe vero amore, ma mera dipendenza chi fosse disposto a farsi schiavizzare dall’altra/o, perché la compiacenza è strettamente legata all’ambito dei valori. In una relazione d’amore tra una donna ed un uomo l’attrazione comporta che l’altro non deve apparire solo come ‘un bene’, ma il vero bene, l’uno per l’altra. Il problema è che nella maggioranza assoluta dei casi l’oggetto della compiacenza appare ad ognuno come un bene ed allo stesso tempo come bello. Infatti, è fondamentale tenere presente in modo particolare in questo nostro tempo contrassegnato dal dominio della bellezza e della prestanza fisica che: “La compiacenza sulla quale si fonda questo amore non può nascere dalla sola bellezza fisica e visibile, ma bisogna che abbracci in profondità la bellezza integrale della persona [con il primato di quella interiore]” (Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, p. 536).

Il secondo elemento di una tale relazione è dato dall’amore come concupiscenza, intendendo propriamente con questo termine che l’amore si traduce anche attraverso il desiderio che fa parte dell’amore come la compiacenza, anzi spesso vi predomina. Infatti, l’essere uomo o donna, il sesso di ciascuno, è una certa limitazione dell’essere che tende a completarsi reciprocamente. Questo bisogno oggettivo dell’altra/o si manifesta anche attraverso la tendenza sessuale, quindi con un amore di concupiscenza (cosa diversa è la mera concupiscenza che si risolve nel proprio soddisfacimento) in quanto nasce e tende a trovare il bene che lo completa. “Il soggetto che ama è cosciente della presenza di questo desiderio, sa che la concupiscenza resta, per così dire a sua disposizione, ma se cerca di perfezionare il proprio amore, non lascerà che essa prevalga su tutto ciò che questo amore contiene in più di quel desiderio. Sente anche se non comprende che una tale egemonia del desiderio deformerebbe il loro amore e ne priverebbe entrambi” (ivi, p. 538).

L’amore tra una donna ed un uomo che non andasse al di là della compiacenza e della concupiscenza sarebbe però inevitabilmente incompleto, non sarebbe realizzato nella sua pienezza. Infatti, non è assolutamente sufficiente desiderare l’altra/o come un bene per me, ma soprattutto volere il suo vero bene. Il vero amore è ‘benevolente’ (è il terzo elemento; altrimenti sarebbe un surrogato, nient’altro che il travestimento dell’egoismo), non si limita a desiderare l’altra/o come un bene per sé, ma desidera ciò che è il vero bene dell’altra/o. Un tale amore è evidentemente connotato dalla reciprocità che fa sì che l’amore non sia un qualcosa che è proprio alla donna ed all’uomo in sé, altrimenti si darebbero due amori, ma è ciò che ne fa una realtà nuova ed unica. Quindi un ‘io’ ed un ‘tu’ che si scoprono ‘noi’. Questo significa che l’amore non può essere a ‘senso unico’, unilaterale, è interpersonale e non individuale. Però: “Perché nasca il ‘noi’, il solo amore bilaterale non basta, perché in esso malgrado tutto, ci sono due ‘io’, sia pur pienamente disposti a diventare un solo ‘noi’. È la reciprocità che, nell’amore, decide della nascita di questo ‘noi’. Essa prova che l’amore è maturato, è diventato qualcosa tra le persone, ha creato una comunità, ed è così che si realizza pienamente la sua natura” (ivi, p. 542). Ovviamente, benevolenza e concupiscenza non solo non si escludono, ma sono chiamati ad una corretta integrazione, anzi il reciproco amore, quando è maturo, è disinteressato anche nel soddisfacimento della concupiscenza. La prova di quanto sia importante la reciprocità l’abbiamo quando non si è sicuri della fedeltà dell’altra/o e diventiamo ‘gelosi’, situazione che si supera con l’impegno personale di benevolenza di ciascuno dei due che dà carattere di certezza alla reciprocità. Essere sicuri dell’amore dell’altro è fonte di gioia e pace per chi ama ed è parte dell’essenza dell’amore, cosa che non si dà se il rapporto si basa sulla mera concupiscenza, se si fonda su due egoismi. Per questo è fondamentale, cosa di cui oggi pochi si rendono conto, che: “… bisogna sempre ‘verificare’ l’amore prima di dichiararlo alla persona amata, e soprattutto di riconoscerlo come vocazione, e cominciare a costruire su di esso la propria vita. Bisogna soprattutto verificare quello che c’è in ciascuna delle persone co-creatrici dell’amore e, di conseguenza, anche quel che c’è tra loro. Bisogna soprattutto verificare su che cosa si fonda la reciprocità [in che misura il bene dell’altro od il proprio piacere] e se essa non sia solo apparente. L’amore può durare soltanto come unità in cui si manifesta il ‘noi’, ma non come combinazioni di due egoismi, in cui si manifestano due ‘io’” (ivi, p. 545).

Un quarto elemento è dato dalla ‘simpatia’ (etimologicamente: provare insieme), intendendo con questa l’attrazione che si ‘sente’ per l’altra/o, che spesso e volentieri prende il sopravvento sulla volontà a prescindere dalle qualità oggettive dell’altra/o, cosa che la rende debole, ma allo stesso tempo conferisce all’amore tra le persone una forza unica. Questo perché: “L’amore è un’esperienza vissuta e non soltanto una deduzione. […] Grazie alla simpatia, essi sentono il loro amore reciproco, senza di essa si sviano e si ritrovano in un vuoto altrettanto sensibile. Per questo sembra loro in genere che l’amore finisca nel momento stesso in cui scompare la simpatia. Tuttavia l’amore nel suo insieme non si limita alla simpatia, come la vita interiore della persona non si riduce all’emozione né al sentimento, che ne sono solo gli elementi. Un elemento più profondo e di gran lunga più essenziale è la volontà, chiamata a modella l’amore nell’uomo e tra gli uomini. È importante fare questa constatazione, perché l’amore fra la donna e l’uomo non può arrestarsi a livello della simpatia: bisogna che diventi amicizia. […] L’amicizia e la simpatia dovrebbero compenetrarsi senza intralciarsi. In questo consiste l’’arte’ dell’educazione dell’amore, la vera ars amandi. È contrario alle sue regole permettere che la simpatia (particolarmente evidente nel rapporto uomo-donna, in cui si ricollega a un’attrazione sensuale e carnale) obnubili il bisogno di creare l’amicizia e in pratica la rende impossibile. In questo, a quanto pare, risiede spesso la causa di diverse catastrofi e fallimenti ai quali è esposto l’amore umano. […] Benché soggettivo, perché radicato nei soggetti, l’amore deve essere esente da soggettività. Bisogna che sia nel soggetto, nella persona, ma abbia un aspetto oggettivo. Proprio per questo, non può limitarsi ad essere simpatia: bisogna che sia amicizia. Ci si può rendere conto della maturità dell’amicizia verificando se essa si accompagni alla simpatia, o più ancora, se vi sia totalmente subordinata e non dipenda esclusivamente da emozioni e affetti, se sussista al di fuori di essi, oggettivamente, nelle persone e tra esse. Allora soltanto si può fondare su di essa il matrimonio e la vita comune degli sposi” (ivi, pp. 547; 550). Quindi scelta volontaria e permanente e questo a differenza di quanto avviene nella mera simpatia, dove giocano un ruolo predominante i sentimenti e le emozioni: senza la simpatia l’amore è freddo e senza l’amicizia la simpatia si rivela essere vuota e sfuggente!

Alla luce di quanto fin qui detto, appare alquanto evidente che non si può basare esclusivamente una relazione d’amore, sul sentimento, sulle emozioni, ma è necessario un amore che vuole il vero bene dell’altro che è allo stesso tempo il vero bene di/per chi ama. Tutto ciò non s’improvvisa, ma ha bisogno di tempo per maturare attraverso una conoscenza reciproca ed un cammino insieme, proporzionato alla maturazione del rapporto che si realizzerà sempre di più solo in un ‘io’ ed un ‘tu’ (non un ‘mio’ ed un ‘tuo’ come vedremo nel successivo paragrafo), che si sentono fusi in un ‘noi’. Solo dandosi questi presupposti ha senso pensare e parlare, prima di tutto, di ‘fidanzamento’, che ha una funzione specifica e propria che è possibile recuperare già guardando all’etimologia: fidanzarsiderivato da fidanza = der. di fidare, per adattam. del fr. ant. fiance, der. di fier, che ha lo stesso etimo e le stesse accezioni, appunto, dell’ital. fidarefiducia; inteso in genere scambiarsi una promessa di matrimonio o, più comunemente, intraprendere una relazione amorosa (cf Treccani). Quindi alla base c’è la presa di coscienza che il bene dell’altro è importante e questa reciproca fiducia porta ad impegnarsi liberamente, ma non in una asettica ‘prova’ contrassegnata da un atteggiamento di verifica secondo le categorie dell’utilità e della convenienza (mi è utile, mi conviene l’altra/o?), ma in vista di realizzare ciò che costituisce allo stesso tempo un desiderio ed una promessa (v. fidanzata/opart. pass. di fidanzare: chi si è impegnato con una promessa di matrimonio).

La stessa realtà è contenuta in quello che da sempre è stato ritenuto il naturale approdo per una donna ed un uomo che sono arrivati alla conclusione che il loro è un vero amore: il matrimonio, lo sposarsi. Anche rispetto a questi termini, uno sguardo all’etimologia delle parole ci aiuta a recuperare la verità di questa realtà nella vita di diretti interessati, ma anche per la società civile e per la loro fede. Infatti matrimònioderiva dal lat. matrimonium, der. di mater -tris ‘madre’, colei che genera, sottolineando così una delle finalità dell’amore. Istituto giuridico mediante cui si dà forma legale (e rispettivam. carattere sacro) all’unione fisica e spirituale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) che stabiliscono di vivere in comunità di vita al fine di fondare la famiglia. Di uguale significato e contenuto i termini: sposare, dal lat. tardo sponsare, intens. di spondēre ‘promettersi a…’; coniuge, dal lat. coniux-ŭgis, der. di coniungĕre ‘congiungere’ (cf Treccani).

Infine, la terza tessera del nostro mosaico, consiste nel prendere atto delle esigenze che un tale tipo di relazione implica. Anche se l’amore tra una donna ed un uomo si forma a livello individuale attraverso l’attrazione, la concupiscenza e la benevolenza, esso si realizza pienamente tra con i due, si realizza insieme, non una volta per sempre, ma ogni momento, o semplicemente non si realizza, perché non si dà. Infatti, quando si dice che il matrimonio è ‘la tomba dell’amore’, si deve intendere che i due hanno creduto o pensato che ormai era tutto fatto una volta sposati, non rendendosi conto che il matrimonio è sempre un continuo inizio, una scoperta sempre più matura dell’altra/o che non dispensa da gesti e parole che manifestano questo amore e lo fanno crescere, specialmente nella condivisione e nel confronto quotidiano. Altrimenti, con il passare del tempo si ritroveranno due estranei che convivono nello stesso appartamento, condividono cose, persone, magari interessi, ma non la vita. Invece l’amore tra una donna ed un uomo non è un ente di ragione, teorico ed astratto, un ufo non bene identificabile, ma è propriamente un incontro ed una unione tra loro, è sempre sintesi interpersonale, condivisione intima, fatta di complicità ed attenzione unica all’altra/o. Dandosi e realizzandosi tutto questo, con l’onesto desiderio che crescano e si fortifichino con il tempo, è naturale che i due vogliano ‘sposarsi’, per essere non due, ma una sola, nuova realtà, con una scelta permanente di vita che ratifica di fronte a Dio ed alla comunità. Questo perché anche se è una scelta d’amore, che riguarda il santuario più intimo degli interessati, essa avrà effetti per gli eventuali figli e per la società stessa. Di fatto, dato verificabile ed introvertibile che non può essere ignorato, tutte le popolazioni oggi note, comprese le più primitive, usano il ‘matrimonio’ come legame socialmente riconosciuto tra individui, confermando così il suo essere un’istituzione universale comune a tutti i popoli e a qualsiasi livello di civiltà (cf, per es., Codice di Hammurabi, che regnò in Mesopotamia dal 1792 al 1750 a. C.).

Di fatto, l’amore sponsale è diverso da tutti gli altri tipi di amore visti, in quanto consiste nel dono del proprio ‘io’, che implica molto di più del semplice ‘voler bene’ che si dà nell’amicizia. Ma cosa significa donarsi in questi termini? Può una persona donarsi ad un’altra? Pur essendo ogni persona ‘padrona di se stessa’, essa non può donarsi. Infatti, “La natura della persona si oppone al dono di sé. Infatti, nell’ordine della natura, non si può parlare di dono di una persona all’altra, soprattutto nel senso fisico della parola. Ciò che vi è di personale in noi è al di sopra di ogni forma di dono, qualunque essa sia, e al di sopra di una appropriazione in senso fisico. La persona non può, come una cosa, essere proprietà di altri. Di conseguenza, è altrettanto escluso che si possa trattare la persona come un oggetto di godimento utilitaristico …” (ivi, pp. 553-554). Ma ciò che è impossibile a livello fisico, si realizza con l’amore ed in senso morale, grazie al quale una persona può donarsi all’altra o/ed a Dio, e proprio in forza di questa donazione piena ed incondizionata si dà l’amore sponsale. Questo tipo d’amore porta con sé delle intrinseche esigenze che, al di là dei ricorrenti tentativi della cultura dominante di pensarle come retaggio del passato, sono evidenti. Dette intrinseche esigenze sono i così detti: a) i fini di questo amore che è l’amore dei coniugi con la sua naturale apertura alla vita dei figli, per l’assicurazione di una sana crescita ed educazione all’interno di una stabile unione; b) le proprietà unità ed indissolubilità del matrimonio, in quanto il vero amore è per sé infinito e mai può essere pensato come un contratto a tempo determinato. Fini e proprietà che non sono una ‘fissazione’ della Chiesa cattolica che crede ancora in quella ‘befana’ che è la legge naturale, ma mere esigenze del cuore che ama e chi ne ha fatto almeno una volta l’esperienza sa bene di che cosa si sta parlando: contra factum non valet argumentum!

III. Partner: il significato ed il contesto propri di compagna/o

In pillole il contenuto del presente paragrafose si vuole rimanere ad un uso veritiero, coerente e significativo dei termini compagna/o è importante riconoscere che il loro proprio contesto si distingue per essere una relazione che ruota di fronte ad attività ed interessi comuni che non impegnano la propria vita per l’altra/o. Si rimane ad un livello di ‘mio-tuo’ che può risolversi tutt’al più in un ‘nostro’. Dalla conseguente presa d’atto di un tale significato si evidenzia un paradosso che dovrebbe risvegliare le coscienze.

Se, come abbiamo cercato di evidenziare nel paragrafo precedente, è insito in una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo, il desiderio e quasi il ‘bisogno’ di un impegno pieno ed indeterminato, che senso ha chiamare l’altra/o compagna/o? La domanda non è oziosa e la risposta non è priva di conseguenza in quanto, a mio sommesso avviso, è indice del livello e della qualità della relazione stessa. Quindi in questo paragrafo vorrei semplicemente ricordare qual è il contesto proprio in cui nasce ed ha senso parlare di compagna/o.

Anche in questo caso, il partire dall’etimologia ci fornirà delle utili tracce da seguire per arrivare a quanto ci siamo proposti. Il termine compagno (e quindi ovviamente anche il derivato compagna), deriva dal lat. mediev. companio -onis, der. di panis, col pref. con-, quindi con il significato proprio di colui che mangia il pane con un altro. In riferimento a questo significato originario, leggiamo nel vocabolario Treccani “1. [chi si trova insieme con altri in particolari circostanze o per un lungo periodo della vita, o esercita la medesima attività, o vive nello stesso ambiente] partner, [di lavoro] collega,

(lett.) condiscepolo. [chi è cointeressato in una società commerciale o industriale] socio. e. [chi appartiene alla stessa associazione] consocio, (lett.) sodale. fratello. f. [chi appartiene alla stessa religione, anche fig.] compagno di fede, correligionario. g. [chi appartiene alla stessa associazione criminosa o ha partecipato con altri all’esecuzione di un’azione criminosa, [compagno di merende] …” (http://www.treccani.it/vocabolario/compagno2_Sinonimi-e-Contrari). Interessante anche il significato del termine partner che è ormai entrato nel vocabolario italiano: “partner ‹pàatnë› s. ingl. [alteraz. di parcener, dal fr. ant. parçonier, lat. mediev. partionarius, partitionarius; cfr. parzioniere] (pl. partners ‹pàatnë∫›), usato in ital. al masch. e al femm. – Compagno, o compagna, e spec. ciascuno dei componenti una coppia in spettacoli, giochi, sport o altre attività. […] Con accezioni più ampie, riferito a soci in un’impresa commerciale, a partiti alleati, a paesi che intrattengono relazioni economiche o anche a nazioni legate da un’intesa politica o militare” (http://www.treccani.it/vocabolario/partner/). 

            Quindi già nel suo significato originario si palesa in modo evidente quello che è il contesto in cui ha senso usare il termine compagna/o. Contesto che possiamo riassumere in quel tipo di relazione che vede protagonisti il ‘mio’ ed il ‘tuo’ e quindi contrassegnato da interessi comuni, comune utilità, reciproca convenienza o condivisione di una qualche realtà, tutte cose in sé più che positive ed encomiabili, ma che in ogni non si richiede e non si dà quella ‘comunione’ che desidera fondersi in un ‘noi’, che abbiamo visto contrassegna ed identifica l’amore sponsale. Il punto è proprio questo: l’uso di compagna/o trova il suo proprio in una relazione che oggettivamente non ha il livello e l’intensità, la pienezza che hanno, come abbiamo visto, l’amicizia e l’amore sponsale. Nella puntuale analisi dell’amore umano fatta nel testo di K. Wojtyla, a cui mi sto riferendo in questa riflessione, si parla appunto di una caratteristica, che aiuta a chiarire la differenza, nelle relazioni tra persone che egli indica con il termine cameratismo. Dopo aver notato che esso può avere un ruolo importante nello sviluppo del rapporto d’amore tra una donna ed un uomo, chiarisce la differenza con la simpatia e l’amicizia. “Differisce dalla prima perché non si limita alla sfera emotivo-affettiva della persona, ma si fonda al contrario su basi oggettive come il lavoro comune, i compiti comuni, gli interessi comuni, ecc. E differisce dalla seconda, perché l’’io ti voglio bene non ha ancora posto in esso’. Così, ciò che caratterizza è un elemento di comunità su elementi oggettivi. […] L’amicizia reciproca ha un carattere interpersonale che si esprime attraverso questo ‘noi’. Questo è già evidente nel cameratismo, benché manchino ancora quella coerenza e quella profondità che fanno parte dell’amicizia. Il cameratismo può legare tra loro più persone, l’amicizia si limita piuttosto a un piccolo numero. Le persone legate dal cameratismo costituiscono in genere un ambiente, il che lo caratterizza come fenomeno sociale. Di qui la sua importante funzione nella formazione dell’amore reciproco, se questo, una volta maturo, deve condurre al matrimonio e diventare il fondamento di una nuova famiglia: le persone capaci di vivere in un gruppo, capaci di crearlo sono senza dubbio ben preparate a conferire alla propria famiglia il carattere di un gruppo solidamente unito, in cui regni una positiva atmosfera di vita comune“ (Amore e responsabilità, pp. 551-552).

            Da quanto fin qui evidenziato sembra allora abbastanza chiaro che ha senso usare i termini di compagna/o solo in riferimento ad un certo tipo di rapporti tra le persone. Rapporti che possono benissimo comportare affetto, affinità elettive e d’interessi, ma non fino al punto di essere quel qual cosa di più. Ha senso parlare di compagna/o quando si condivide un banco di scuola, un hobby o si è membri di una stessa squadra in qualche sport, oppure si è soci in qualche società, ma niente di più profondo ed intimo che non possa essere misconosciuto in un attimo per qualsiasi ragione o per qualsiasi cavillo burocratico.

IV. Conclusione

           Dopo aver ricordato da una parte la dinamica di una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo e dall’altra il significato ed il contesto in cui ha senso usare i termini compagna/o, è evidente il non senso di usare questi termini per un contesto oggettivamente diverso e superiore. Significa questo un giudizio negativo verso coloro che usano questi termini in modo oggettivamente improprio o hanno fatto la scelta di avere una compagna/o invece di una fidanzata/o o moglie/marito? Nel modo più assoluto no! Queste riflessioni vogliono soltanto essere uno stimolo non solo ad usare in modo proprio le parole ( cf http://www.padrebruno.com/perche-e-importante-recuperare-il-significato-delle-parole-che-usiamo-2/), ma anzitutto riappropriarci della verità della realtà che non è frutto della nostra volontà e non può essere stravolta dalle mere emozioni. Riguardo a queste ultime, mi ricordo di una ormai datata canzone di Lucio Battisti che diceva: “E prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese. Sapendo che quel che brucia non son le offese. E chiudere gli occhi per fermare. Qualcosa che è dentro me. Ma nella mente tua non c’è. Capire tu non puoi. Tu chiamale se vuoi. Emozioni. Tu chiamale se vuoi. Emozioni” (Emozioni [1970] testo di Mogol). È sicuramente vero che in quanto dotati di libertà, possiamo scegliere di fare questo o il suo contrario, ma rimane il dato di fatto che con questo non si dà o si annulla la differenza: se una è vera l’altra sarà inevitabilmente falsa, se una è buona l’opposta sarà cattiva, se un comportamento è giusto il suo opposto sarà ingiusto. Questo rimane vero, buono e giusto per me, per te che leggi, per le persone che ci sono attorno. Siamo persone libere, ma teniamo presente l’ammonimento paolino: “’Tutto è lecito!’”. Ma non tutto è utile! ‘Tutto è lecito!’. Ma non tutto edifica” (1 Cor 10, 23).

           La finalità di queste riflessioni non è altra che quella di risvegliare le coscienze, recuperando la verità e la bellezza del vero amore tra una donna ed un uomo, che in quanto tale può avere paura di tutto, ma non d’impegnarsi nel coltivare quotidianamente quel ‘noi’, fuori del quale tutto il resto perde significato per gli interessati. Proprio grazie alla differenza donna (femminilità) ed uomo (mascolinità) è possibile il dono vicendevole l’una per l’altro, raggiungendo in questo modo attraverso la reciprocità, una particolare ed unica complementarietà, tanto da rendere possibile l’essere una sola carne (cf Gn 2, 24). I compagni possono condividere un interesse, un bisogno, un’esperienza, si dice anche “compagno di vita”, ma è sempre l’io a parlare, cui si aggiunge un altro che l’accompagna dal di fuori e nonostante le attese rimane in un certo sempre un ‘estraneo’. Realtà che mi sembra emergere chiaramente nel testo di un’altra canzone di questi giorni: “Te ne vai come io fossi niente. Come fosse che? Te ne vai perché non c’è più niente da prendere. Te ne vai come ci fosse un altro. Come se ti stesse già aspettando. Come se esistesse qualcun altro uguale a me. […] Me ne vado come fossi pazzo. Sì, pazzo di te. Me ne vado perché un po’ ne ho voglia. Un po’ perché. Perché per te l’amore dura un anno” (Achille Lauro, 16 marzo, 2020).

L’amore sponsale è invece dare e ricevere la totalità di sé stessi (resa possibile dalla natura), e se è totale, l’amore non ammette riserve o limiti di tempo. Questo si realizza soltanto in un libero consenso attraverso il quale reciprocamente ci si dona e si accoglie l’altro. A tutto ciò, come dice san Tommaso, la natura inclina, ma la donazione di sé stessi è atto del libero arbitrio. In altre parole: ci sono tante forme della relazione umana, ciascuno può fare un po’ quello che vuole (anche se fino ad un certo punto!), ma la relazione sponsale è diversa, perché è totale e non ammette scadenze ed ipoteche, e si connota, in modo unico, per essere il luogo del perdono e della festa. Gli elementi costitutivi di un tale tipo di relazione, quali la totalità e la disponibilità a concedere e ricevere il perdono, mi fanno venire in mente due recenti canzoni che trovo opportuno citare, almeno nei ritornelli, perché mi sembrano esprimere una coscienza che, anche se faticosamente, cerca di emergere sempre di più: “Ma se dovessimo spiegare. In pochissime parole. Il complesso meccanismo. Che governa l’armonia del nostro amore. Basterebbe solamente dire. Senza starci troppo a ragionare. Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa. Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa” (Francesco Gabbani, Viceversa, 2020). “In mezzo alla tempesta noi siamo ancora qui tenendoci più forte per non perderci vedrai che cambierà, cambierà e se cambierà vale anche perdonare, perdonare non è mai facile rialziamoci da terra, ripartiamo da qui se ancora due destini dicono di sì lo so che cambierà, cambierà e se cambierà tu mi sai perdonare, perdonare” (Nek, Perdonare, 2020). Tutto questo rimane vero a livello naturale, per tutti, ed assume un carattere specifico per il matrimonio cristiano dove, in ogni caso, ciò che deve essere alla base di questo impegno d’amore, è il punto fermo e non negoziabile dell’indissolubilità del matrimonio cristiano, che si fonda sull’amore oblativo dei coniugi promesso per la vita ed aperto alla vita.

           Concludo con quanto ha scritto al riguardo san Giovanni Paolo II, con la speranza che la loro meditazione porti molti a non aver paura d’inoltrarsi in questa magnifica avventura che può cambiare la vita. “… ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ‘ecologia umana’. Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato. […] L’uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall’educazione ricevuta e dall’ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza. La prima e fondamentale struttura a favore dell’’ecologia umana’ è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino. Spesso accade, invece, che l’uomo è scoraggiato dal realizzare le condizioni autentiche della riproduzione umana, ed è indotto a considerare se stesso e la propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare anziché come un’opera da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà che fa rinunciare all’impegno di legarsi stabilmente con un’altra persona e di generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come una delle tante ‘cose’ che è possibile avere o non avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con altre possibilità. Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita. Essa, infatti, è sacra: è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita” (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1°-V-1991, nn. 38-39).

            Ovviamente più di qualcuno, leggendo questa riflessione, che s’ispira e segue la visione della Chiesa cattolica, starà pensando che i suoi contenuti non sono al passo con i tempi, che oggi i giovani hanno un’altra mentalità ed un’altra visione del modo, della sessualità e dell’amore. Però, prima di tutto, rimane aperta la risposta alla domanda se tutto questo è positivo o meno. In secondo luogo, all’obiezione di una Chiesa che non è al passo con i tempi, si potrebbe rispondere allo stesso modo di Chesterton: la Chiesa non deve essere al passo con i tempi ma, al contrario, essa deve dettare il passo (nella misura in cui rimane fedele al ‘depositum fidei’ che ha ricevuto come amministratrice), deve gettare il seme in un tempo di oscurità e confusione ed attendere pazientemente che tutto questo un giorno fruttifichi (cf G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Milano 2002, p. 10. Il saggio è del 1926. Sarà seguito nel 1929 da Perché sono cattolico II, nel quale affronta la differenza fra protestantesimo e cattolicesimo [Id., pp.49-59]; ma, come è noto, molti degli scritti di Chesterton affrontano il tema della credibilità della fede cristiana).

P. S.: C’è uno stupendo film che, secondo me, descrive in maniera abbastanza veritiera, anche se drammatica, la differenza tra compagna/o, fidanzata/o, moglie/marito, e che consiglio a tutti di vedere. Il suo titolo è One day, un film del 2011 diretto da Lone Scherfig e interpretato da Anne Hathaway e Jim Sturgess, tratto dal romanzo ‘Un giorno’ di David Nicholls, con una colonna sonora (We had Today) a dir poco ‘fantastica’ di Rachel Portman, che tutti dovrebbero ascoltare (https://music.youtube.com/watch?v=ep3LPw5Azio&list=RDAMVMep3LPw5Azio). Lascio qui solo un breve, ma significativo passaggio di un dialogo tra i due innamorati da sempre, ma che solo lottando contro i loro egoismi hanno permesso, alla fine e perdendo così irrimediamilmente tanto tempo, a quell’amore di sbocciare. “’Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo’, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Era poco pratico. Molto meglio cercare di essere coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio il mondo, ma il pezzettino intorno a te”.

Roma, Angelicum, 3 giugno 2020

SS. CARLO LWANGA E COMPAGNI, MARTIRI

P. Bruno, O. P.

Senso di colpa o senso del peccato? Esame di coscienza o d’incoscienza?

“Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: ‘Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi'” (Gv 8, 31-32).

*La presente riflessione raccoglie le tre previe pubblicate sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.

Sommario: Nota previa; Introduzione; Il significato di alcuni termini: peccato, peccato veniale, peccato mortale; Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo; Esame di coscienza o d’incoscienza?: l’amore verso Dio, l’amore verso se stessi, l’amore verso il prossimo; Conclusione; Bibliografia.

Nota previa

Nei momenti di crisi, nell’incertezza di che cosa sia giusto fare, quando emergono nuove problematiche che richiedono scelte coerenti con la fede che si dice di professare, il cristiano è chiamato a rivolgersi a quel paradigma che è la Parola di Dio alla luce della Tradizione e del Magistero costante della Chiesa. Solo in quella Parola di verità troveremo le risposte e non nelle nostre tante parole ed opinioni, che spesso e volentieri lasciano il tempo che trovano in quanto vengono dallo ‘stomaco’ più che dalla ragione.

Le riflessioni che seguono sono state motivate dalla crisi causata dal Covid-19 e dall’impossibilità per moltissimi fedeli di accostarsi alla confessione sacramentale individuale. Vogliono essere una semplice proposta per un percorso di riscoperta di questo Sacramento così importante ed in modo particolare un aiuto per viverlo nella sua pienezza, in modo particolare da meditare durante la Settimana Santa che sta per iniziare.

Sicuramente il momento che stiamo vivendo, al di là di tutti i discorsi, le accuse, le ipotesi, le dietrologie e le diagnosi che ognuno si sente autorizzato a fare agli altri, è un’occasione per ritrovare noi stessi, recuperando la presenza ed il ruolo di Dio nella nostra vita. In un certo senso, ci troviamo nella stessa situazione del cosiddetto figliol prodigo della parabola del Padre misericordioso (cf Lc 15, 11-32): fare l’esperienza di aver sprecato la propria vita allontanandoci dall’amore paterno di Dio. Questa prova deve essere allora un’occasione di grazia e quindi momento favorevole per ritornare con umiltà e convinzione a Dio. Si ascolta e si legge, quasi ovunque in questi giorni, che dopo il Covid-19, l’umanità, le persone non saranno più le stesse. Questo è certo! Ma saranno migliori o peggiori? (V. corsa alle armi, speculazioni finanziarie, organizzazioni criminose che approfittano per fare affari, attacchi informatici di hackers che rubano dati sensibili per realizzare frodi, addirittura distruzione dei dati e dei macchinari di alcuni laboratori d’analisi per il covid-19, ecc.). Questo dipende da me, da te che leggi, nella misura in cui recuperiamo l’amore di Dio come creatore e redentore, e con il suo aiuto (la grazia) ritorniamo a Lui. Quello che stiamo vivendo è l’occasione per iniziare a curare quel ‘delirio di onnipotenza’ da cui è afflitto l’uomo, che da sempre continua a seminare vittime e sofferenza, attraverso un desiderio di conversione del cuore, attraverso il quale recuperare il nostro essere creature, abbandonando l’ingannevole illusione di credersi ‘Dio onnipotente’. Cogliere che in noi è iscritta una legge, il progetto d’amore di Dio su ognuno e sull’umanità, che è vitale riconoscere e realizzare (cf Rm 1). Il Dott. Amedeo Capetti, che opera al Sacco di Milano ha scritto su Il Foglio del 18 marzo u.s.: “In effetti quello che io sto vivendo, ma credo sia esperienza anche di molti altri, è l’avverarsi di un fenomeno che non di rado noi medici vediamo in chi è scampato a un pericolo potenzialmente mortale: l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima. […] Tutto questo è ricchezza, grazia, che se più gente ne prendesse coscienza potrebbe a mio parere avere anche un grande valore civile: riconoscere che siamo fragili e che tutto ci è donato, a partire dal respiro, oggi così poco scontato, appianerebbe tante divergenze e discussioni inutili” (p. 1). È proprio vero: ammettere la propria povertà è una ricchezza!

Pur invitando tutti, approfittando del tempo a disposizione, a rileggere quanto scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (da ora in poi: CCC) sul sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (nn. 1422-1470), mi sembra utile ricordare alcuni punti fermi.

1) In questo momento nel quale è molto difficile, se non impossibile per alcuni, accedere alla confessione individuale (non valida per via telefonica od altro mezzo di comunicazione a distanza), si tenga presente che: a) Dio è ‘abbastanza intelligente’ da capire che ci sono situazioni e condizioni limite e dunque è tanto provvidente da intervenire quando non riusciamo a celebrare i sacramenti, senza costringerci a surrogati assurdi dei sacramenti stessi, che in ultima analisi si rivelerebbero delle deviazioni non solo per il presente, ma molto di più per il futuro; l’impossibilità ad accedere ai sacramenti, non esclude l’accesso alla misericordia di Dio per altre vie, che in ogni caso la grazia di Dio non è legata ai sacramenti (cf Familiaris consortio, 84; Reconciliatio et poenitentia, 34; “C’è però da osservare che Dio, come non ha vincolato la sua virtù ai sacramenti in tal modo da non poterne produrre gli effetti anche senza di essi, …”: San Tommaso, Sum. Teol., III, 64, 7 c.); b) di conseguenza è possibile chiedere perdono con un ‘atto di contrizione perfetto’. Nel CCC leggiamo: “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è ‘il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire’. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta ‘perfetta’ (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (nn. 1451-1452). La contrizione è un atto della volontà, quindi com’è stato volontario il peccato, volontaria deve esserne la sua riprovazione. La detestazione del peccato per amore di Dio, può essere accompagnato dalla tristezza, dal senso di colpa, e generalmente così avviene per l’unità della persona umana, ma tali emozioni sensibili dicono poco dell’autenticità del pentimento. La contrizione tocca sia il passato che il futuro: perché pentirsi non è semplicemente smettere di peccare, ma implica anche il detestare il peccato commesso; guarda al futuro, perché include il proposito di non peccare più. La sincerità del proposito di non peccare più costituisce la veridicità della contrizione. Questo è il punto fondamentale, dei quali molti non si rendono conto, soprattutto coloro che vengono a confessarsi manifestando che si sentono ipocriti perché sanno che ripeteranno lo stesso peccato e quindi cadono nella tentazione, camuffata da volontà di non essere ipocriti, di non confessarsi più. Queste persone non hanno chiaro proprio questo punto: ciò che Dio mi chiede è il fermo proposito (volontà) di non peccare più, di fare ciò che è nelle mie possibilità, soprattutto con l’aiuto della grazia di Dio ed impegnandomi nel fare tutto quel bene che posso, questo a prescindere dal sapere (intelletto) che probabilmente rifarò quei determinati peccati! Esemplificando: una persona potrà confessarsi per tutta la vita materialmente dello stesso peccato, ma dovrà ogni volta presentarsi con una maturità spirituale maggiore e con lo stesso sincero proposito, con l’aiuto di Dio, di rifiutare il peccato.

2) Per quanto riguarda l’amministrazione di questo Sacramento (individuale), quando possibile e permesso, la Conferenza Episcopale Italiana ha dato i seguenti suggerimenti: “a. Qualora sia amministrato nei luoghi di culto avvenga in luoghi ampi ed areati. Nell’ascolto delle confessioni si mantenga la distanza tra il ministro e il penitente di almeno un metro, chiedendo agli altri fedeli presenti in chiesa di allontanarsi per garantire la dovuta riservatezza. A protezione del penitente e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea. b. Per la confessione auricolare nella casa di un ammalato o di persona anziana il sacerdote assuma le medesime precauzioni indicate per la Riconciliazione nei luoghi di culto, mantenendo la necessaria distanza dal penitente. Si eviti di stringere la mano prima di congedarsi dal penitente e per salutare i familiari o altre persone presenti nella casa. c. Anche in questo caso, a protezione dell’ammalato o dell’anziano e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea” (Segretaria Generale della CEI, Suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19, 17-III-2020). Non prendo qui in esame, perché evidentemente superflua, la possibilità prevista in pochi e determinati casi, ed a certe condizioni, dell’assoluzione comunitaria.

Introduzione

            La cosa più importante, prima di tutto, è il prendere coscienza di che cosa è veramente il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (Confessione). Esso è l’incontro con la misericordia di Dio, grazie alla morte e risurrezione di Cristo (cf Formula dell’assoluzione). Quindi non ci troviamo di fronte ad un padrone, ma ad un Padre che vuole il vero bene e la vera felicità dei propri figli. Se non è chiaro questo aspetto, sarà impossibile vivere pienamente e con senso questo canale della grazia istituito da Cristo ed offerto a ciascuno di noi. Altrimenti, facilmente, e quasi inesorabilmente, saremo portati a sentirlo o come un momento da evitare per vergogna ovvero come uno sfogo psicologico, quasi uno scaricare materialmente ciò che sentiamo come dei ‘pesi’ o delle ‘macchie’ da lavare/levare con quella lavatrice che per noi è il Sacramento della Penitenza. Un realizzare, in altri termini, ciò che Freud chiamava ‘impulso a confessare’ o attuazione di una sorta di ‘cerimoniale nevrotico’, ma continuando a rimanere ostaggio e vittime del nostro ‘ego’. Quindi, è importante comprendere l’importanza di passare dal ‘senso di colpa’, che proviamo quando abbiamo fatto od omesso qualcosa che avevamo coscienza che dovevamo fare o evitare, con il ‘senso del peccato’, che è riconoscere di avere sprecato un dono Dio, di averlo tradito ed offeso (v. senso della contrizione perfetta). Nel primo caso siamo in un contesto psicologico, nel secondo ci muoviamo in un contesto di amore dove sono in gioco il mio ‘io’ ed il ‘tu’ di Dio, in un rapporto personale, intimo. L’ulteriore differenza, sulla quale è bene riflettere, è che il senso di colpa è sterile o il più di volte porta ad una colpevolizzazione che preclude alla speranza, alla possibilità di cambiare in quanto fissa lo sguardo e rimane prigioniero del proprio ‘ego’, mentre il senso del peccato porta all’incontro con la grazia di Dio che ci apre e ci aiuta a guardare avanti, nella certezza che non siamo soli (cf Fil 4, 13). In questo contesto è utile rileggere le così dette Regole di vita Cristiana elencante da sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 313-336), e soprattutto quanto riguarda l’esperienza della consolazione, frutto del compimento di quanto Dio vuole, che mi fa sperimentare la felicità, e della desolazione, effetto del peccato che può solo darmi un piacere momentaneo. Spunti che aiutano a riflettere sul fascino e la seduzione del peccato e sulla sua capacità d’illudere, e che alla fine lascia solo tristezza e rammarico di aver ancora una volta sprecato qualcosa di prezioso.

Quindi il vivere pienamente questo Sacramento postula un giusto rapporto con Dio ed un corretto senso del peccato. Soprattutto che solo scoprendo l’amore di Dio per me, alla sua luce (non teoricamente ed in modo astratto, ma come sono e per quello che sono, pur sentendo l’invito ad essere una persona migliore), si possono capire il pentimento ed il desiderio di conversione.

In questa ottica consiglio di meditare i seguenti brani della Parola di Dio: Zac 1, 3b-4; Mt 5, 17-19; Luca 15, 11-32; Romani 1, 18-32 (i peccati dei pagani).

Il significato di alcuni termini

            Prima di presentare alcuni principi guida dell’esame di coscienza, sono convinto dell’opportunità, se non della necessità, di riprendere ancora il CCC, su alcuni aspetti che ci aiutano a contestualizzarlo e soprattutto a chiarire il preciso significato di alcuni termini e concetti che vengono usati. In quanto segue, mi sono di proposito limitato nei commenti personali per poter offrire al lettore la possibilità di riflettere non sulle opinioni di qualcuno, ma su quanto contiene il nocciolo della nostra fede. Quindi un’occasione di catechesi con l’augurio che il riscoprireripensare onestamente certe verità della fede, possa portarci a recuperarle per impreziosire la nostra esistenza.

            Prima di tutto è importante evidenziare che il sacramento della Penitenza fa pare dei così detti ‘Sacramenti di guarigione’, cioè di quei canali della Grazia che Cristo ha previsto tenendo conto della fragilità della natura umana, della mia peccabilità, nonostante la redenzione da Lui operata attraverso la Sua morte e risurrezione. Al riguardo il Catechismo afferma: “Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, l’uomo riceve la vita nuova di Cristo. Ora, questa vita, noi la portiamo ‘in vasi di creta’ (2 Cor 4,7). Adesso è ancora ‘nascosta con Cristo in Dio’ (Col 3,3). Noi siamo ancora nella nostra abitazione terrena (cf 2 Cor 5, 1), sottomessa alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Questa vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato” (CCC, n. 1420). “Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo (cf Mc 2, 1-12), ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. È lo scopo dei due sacramenti di guarigione: del sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi” (CCC, n. 1421).

Però è importante non dimenticare che nell’economia della salvezza, tra i sacramenti: “… l’Eucaristia occupa un posto unico in quanto è il ‘sacramento dei sacramenti’: ‘Gli altri sono tutti ordinati a questo come al loro specifico fine’ (San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 65, a. 3)” (CCC, n. 1211). Infatti: “L’Eucaristia è ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’. ‘Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua’” (CCC, n. 1324).

Riguardo al rapporto Eucarestia-peccato, è importante soprattutto tenere presente le seguenti verità: “Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali.Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature e di radicarci in lui: …” (CCC, n. 1394). “Proprio per la carità che accende in noi, l’Eucaristia ci preserva in futuro dai peccati mortali. Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da lui con il peccato mortale. L’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell’Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa” (CCC, n. 1395). Quindi, l’Eucarestia rientra nei ‘Sacramenti dei vivi’, proprio per il fatto che chi si trova in stato di peccato mortale è spiritualmente morto ed i morti non mangiano.

Quanto fin qui enunciato, ci offre l’opportunità di chiarire il significato di alcuni termini e di alcuni concetti non sempre, almeno in base alla mia esperienza, chiari a tutti. Allora propongo di seguito quanto il CCC ci dice riguardo a: peccato; peccato veniale; peccato mortale; Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo; .

Peccato

“Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito ‘una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna’” (CCC, n. 1849).

           Con questo numero, sapientemente, viene ricordato a chi, per il fatto di non uccidere e non rubare vuole credere di non aver commesso dei peccati, che le cose sono ben diverse nella realtà e che il Signore c’invita ad uno scatto di onestà, invitandoci a sottoporci, a quel più piccolo, ma allo stesso il più sovrano tribunale che ci sia su questa terra che è la nostra coscienza (cf san J. H. Newman).

“’Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi.L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. ‘Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa’ (1 Gv 1, 8-9)” (CCC, n. 1847).

Peccato veniale

“Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso” (CCC, n. 1862).

“Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. ‘Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna’” (CCC, n. 1863).

Peccato mortale

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore” (CCC, n. 1855).

“Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: …” (CCC, n. 1856).

            È importante al riguardo ricordare, vista la molta confusione, anche le condizioni che si devono realizzare affinché una persona possa commettere un peccato mortale.

“Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’” (CCC, n. 1857).

“La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre’ (Mc 10, 19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo” (CCC, n. 1858).

“Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono” (CCC, n. 1859).

“L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” (CCC, n. 1860).

Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo

            Ho pensato che sia anche conveniente ricordare, nel nostro contesto, il significato delle indulgenze in quanto chiarisce anche la distinzione tra la colpa e la pena. Infatti, leggiamo nel Catechismo:

“La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. ‘L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi’” (CCC, n. 1471).

“Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la ‘pena eterna’ del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta ‘pena temporale’ del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena” (CCC, n. 1472).

“Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’’uomo vecchio’ e a rivestire ‘l’uomo nuovo’” (CCC, n. 1473).

            Quindi, come ha scritto san Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza” (n. 31, III). Queste pene vengono dette temporali perché sono legate ad un determinato tempo di purificazione e si distinguono da quelle eterne dell’inferno. Ora le pene temporali possono essere scontate durante il nostro pellegrinaggio terreno con varie purificazioni che preparano l’anima ad entrare in Paradiso (v. le sofferenze per tanti durante questa pandemia, ma anche di tutte le sofferenze spirituali, psichiche e fisiche), oppure vengono scontate dopo la nostra morte nel Purgatorio. Perciò le indulgenze scontano la pena temporale (non terrena) legata questo focolaio infettivo, come l’ha chiamato Giovanni Paolo II. L’indulgenza riguarda dunque la remissione della pena, non della colpa. Rimane chiaro che la remissione della colpa è la condizione per poter partecipare nella condivisione di quel patrimonio di grazia che sono le indulgenze. Con l’indulgenza non si viene assolti dai peccati, ma la remissione dei peccati è la condizione per acquisire i benefici dell’indulgenza.

Vista la pandemia che sta flagellando il mondo, molti si chiedono se questa non sia un castigo di Dio. Essendo fuori luogo il solo pensare di affrontare questa vexata quaestio in questo contesto, ma non volendo deludere molti, mi limito a rinviare al CCC, nn. 399-400 che riassume Gn 3, 14-19: perdita della santità originale e della familiarità con Dio, squilibrio nelle facoltà personali e nel rapporto tra uomo e donna, concupiscenza come fascino verso il male, rottura dell’armonia con la creazione che impone fatica per la sopravvivenza, infine la morte così come la si sperimenta.

Esame di coscienza o d’incoscienza?

“In tal modo, con il punire alcuni peccati, con il perdonarne altri e con il farne servire altri a vantaggio e aiuto dei buoni, Dio, che permette il nascere del male, trae dal male il bene per tutti i buoni. […] Dobbiamo perciò dire che tutto si compie per sua volontà ma distinguendo bene in Dio ciò che permette, da ciò che egli compie, poiché non possiamo dire ch’egli non è giudice. Più esattamente, quando egli giudica e rende a ciascuno secondo le proprie opere (cf 2 Tm 4, 14). […] Egli dunque permette che si commettano i peccati ma non è lui a commetterli. Sebbene a causa di certi peccati Dio abbandoni alcuni in balìa dei desideri del proprio cuore (cf Rm 1, 24) …” (Sant’Agostino, Lettera 282, 8-9).

“Al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la ‘metánoia’, cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza (cf Eb 1, 2; Col 1, 19 e passimEf 1,23 e passim). L’invito del Figlio alla ‘metánoia’ diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri (cf San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 15, a. 1, ad 5)” (Paolo VI, Paenitemini, I).

Il parroco di Brescello, Don Camillo, faceva di tutto per salvare i suoi parrocchiani, soprattutto dopo che, avendo messo in dubbio la possibilità di salvarsi di Peppone, si sentì dire dal crocifisso: ‘Nessuno è perfetto, ma nessuno è dannato …’ (cf G. Guareschi, Mondo piccolo), anche se senza pentimento nessuno si redime!

“Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: ‘Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto’. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: ‘Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!’. Ma l’altro lo rimproverava: ‘Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male’. E aggiunse: ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’(Lc 23, 35-43).

            Perché ho voluto iniziare, dopo aver ricordato sant’Agostino, san Paolo VI e Guareschi, con questo brano dell’Evangelista Luca, questa parte della riflessione sul Sacramento della Riconciliazione, che riguarda direttamente l’esame di coscienza? La domanda non è oziosa e per accertarsene basta leggere i sussidi di ieri su questo argomento, che di solito partono dalla così detta parabola del Figliol prodigo per poi proseguire in dettagliati elenchi di domande, finalizzate a guidare il penitente nell’illuminare la sua coscienza.  Dove, correttamente, l’attenzione è focalizzata su Dio che è Padre misericordioso ed è ansioso di accogliere il ritorno alla vita di un figlio che era spiritualmente morto. Invece, ho deciso di proporre qui una pista di riflessione che, tenendo ferma la priorità di Dio padre misericordioso, cerca di evidenziare maggiormente quelle che devono essere le intenzioni e l’attitudine di fondo, il cuore, di ciascuno di noi che prendendo atto dell’amore infinito di Dio, si rende conto di avere sprecato relazioni con persone, situazioni della propria vita quando, con il peccato, ha di fatto rifiutato questo amore. Scoprendo che di fronte al peccato non è tanto importante il reprimersi, se non proprio il non sprecare.

Una vita che ciascuno di noi in questi giorni, per la pandemia del coronavirus, sta riscoprendo come non scontata e, soprattutto, che si gioca durante un solo tempo, non dandosi tempi supplementari nella partita della vita. In modo particolare, rendendosi conto che questo dono della vita è estremamente fragile se un virus invisibile, può distruggere i nostri polmoni e non permetterci la funzione vitale del respirare, che magari fino a poco tempo prima ci poteva sembrare normale, scontata o addirittura dovuta. La necessità di questa funzione vitale qual è la respirazione per la vita fisica, dovrebbe forse farci venire in mente che anche la nostra vita spirituale necessita dell’ossigenazione e che con il peccato diventiamo di fatto asfittici. Quanto stiamo vivendo è senza dubbio un’occasione propizia, che non possiamo sprecare, per ripensare la nostra esistenza recuperando il senso del nostro essere pellegrini (e non vagabondi), che sanno di essere di passaggio nel tempo verso l’unica certezza che hanno: la méta dell’eternità! Ci sentivamo fino a poco tempo fa ‘onnipotenti’, ma ultimamente ci siamo risvegliati sapendo che siamo tutti ‘malati’ (cf Papa Francesco) e che tutti possiamo morire in camera di rianimazione, soli … La morte non come realtà da esorcizzare pensando che tocca sempre gli altri, ma come qualcosa con cui fare i conti sul momento. Gli effetti dannosi e devastanti di cui ci stiamo rendendo conto in questi giorni a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti sociali, derivano da una soggettività concepita come assoluta, che diventa soggettivismo etico, prigioniero del suo ego, che perciò vanifica o strumentalizza ogni tipo di relazione. Siamo arrivati a voler quasi giustificare l’assurdo: l’uomo, essere finito, che pretende di avere una libertà infinita! Se siamo onesti dobbiamo prima riconoscere tutto questo, ma allo stesso tempo valgono per tutte le parole di una famosa canzone dei A. Venditti: “Quando penso che sia finita, è proprio allora che comincia la salita: che fantastica storia è la vita!” (Che fantastica storia è la vita, 2003). Con la speranza, perciò per ciascuno di noi, che questo inizio della salita sia la nostra conversione all’amore di Dio.

Quindi l’atteggiamento che dobbiamo chiedere a Dio e che dobbiamo impegnarci ad assumere per poter fare un buon esame di coscienza e non d’incoscienza (cf A. Cencini, Vivere riconciliati. Aspetti psicologici, Bologna 2004, pp. 43-44), è quello, prima di tutto, di essere onesti con Dio e con noi stessi, di non illuderci di fare i furbi in questo, o di autoconvincerci di poter barare con Dio e con noi stessi. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1, 8). “Riconoscersi peccatori è già un dono di Dio, un atto possibile solo alla luce della fede, una difficile vittoria sulla tendenza alla autogiustificazione” (CEI, Catechismo degli adulti, n. 926).  Ecco perché ho scelto il presente brano di san Luca, per il sottoscritto uno dei più belli e toccanti della Sacra Scrittura, in quanto mi sembra che sia la migliore introduzione a questa prospettiva che individua nell’onestà la condicio sine qua non senza la quale è impossibile mettersi di fronte alla propria coscienza, quindi prima di tutto a Dio ed a noi stessi. Di fatto, dal dialogo tra il Cristo e colui che dalla tradizione è indicato come il ‘buon ladrone’, emerge una verità impregnata di speranza: non importa cosa si è potuto fare o non fare nella vita, l’importante è di riconoscerlo onestamente, confessarlo con un pieno senso di pentimento che include necessariamente il rifiuto di quanto di sbagliato si è compiuto, e la disposizione a riparare, con tutto quello che ciò comporta. Infatti, sarebbe accettabile che qualcuno andasse a confessarsi di aver svaligiato una banca e chiedesse al sacerdote di dargli subito l’assoluzione perché deve fare un’altra rapina?  Quindi nient’altro che i così detti atti del penitente ricordati dal Catechismo, di cui ho già parlato nella Parte Prima: “Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione” (CCC, n. 1491). Tali atti pur essendo esterni, come corrisponde ad un Sacramento (cf CCC, n. 1131), devono essere segno e manifestazione della penitenza interiore e soprattutto animati da essa. In caso contrario sono falsi (ipocriti) se non addirittura intesi come gesti/riti magici. Infatti, questi atti del penitente fanno parte integrante del Sacramento, in quanto si richiede il coinvolgimento e l’impegno della persona interessata per riacquistare lo stato di grazia, analogamente che per guarire, un paziente deve cooperare con il medico che lo cura.

Allora è con onestà che dobbiamo fare il nostro esame di coscienza, che il buon senso e la tradizione della Chiesa c’invita a fare, oltre che in preparazione della confessione o dell’atto di contrizione perfetta, anche alla fine di ogni giornata che Dio ci ha donata, con profondo sentimento di gratitudine. Ora passo a proporre tre verità che dovrebbero illuminare e guidare il nostro esame di coscienza.

La prima verità da non dimenticare mai, riguarda l’amore che Dio ha per me. L’Evangelista Giovanni ci ricorda che: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16); “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). La prima cosa, se siamo veramente onesti, è infatti riconoscere e ringraziare Dio in quanto tocco con mano, dalle piccole alle grandi cose, che tutto è un dono, iniziando da quello grazie al quale tutto è reso possibile: il dono della vita. Dio mi ha dato l’esserci e con questo il mio destino alla felicità eterna. Consapevoli che la vita in sé può riservare dolori e sofferenza inenarrabili, san Paolo ci ricorda il senso che solo la fede in Cristo può dare a tutto questo: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 31-35; 37-39). Scoprendo alla fine, con l’Apostolo che: “Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

In questo tempo di Quaresima e specialmente nella Settimana Santa siamo chiamati a meditare sulla crocifissione di Cristo, sulla sua morte in attesa di celebrare la sua Risurrezione. Una croce che ci scandalizza o che reputiamo stoltezza (cf 1 Cor 1, 23), perché ci manifesta che Dio è così diverso dal nostro dio o dagli idoli davanti ai quali ognuno di noi si prostra (cf Papa Francesco), senza accorgersene e che di fatto ci fanno degli schiavi (cf 2 Pt 2, 19). La croce che non rappresenta un destino indecifrabile, ma testimonianza di un amore che rivela l’amore di Dio e il senso di ogni cosa.

 Il Dio di Gesù chiede molto alla nostra vita, perché anziché essere a nostra immagine e somiglianza, ci chiede di convertirci al suo progetto d’amore per ciascuno di noi. Questo deve portarci a confrontare il nostro modo di vivere con l’amore di Dio. Noi spesso ricerchiamo solo il nostro egoistico ‘benessere’, non distinguendolo dal ‘bene’. Camuffiamo come ‘amore’ ciò che in realtà è tutto tranne che amore, ce ne riempiamo la bocca ma sempre pensando a noi stessi, nel vedere ed usare tutti e tutto per appagare i nostri desideri e le nostre passioni. Molte volte amiamo più la nostra ‘idea dell’amore’ che amare! Amare, per noi significa, spesso e volentieri, possedere, godere, sfruttando persone e situazioni per un narcisistico appagamento (v. il nostro rapporto con gli altri alla luce del momento presente). Per Dio amare significa donare il proprio Figlio, per la salvezza di tutti. Allora, questa verità deve portarmi ad impostare ovvero a rivedere il mio rapporto con Dio, a come vivo la mia fede: questa è una necessità non un’opzione! Come mangiamo e beviamo più volte al giorno e se non lo facciamo la nostra vita fisica deperisce ed alla fine muore, così se non nutriamo quotidianamente la fede che abbiamo ricevuto in dono il giorno del Battesimo, questa deperisce fino a spegnersi. Non posso limitarmi a quanto ho ricevuto in occasione della prima Comunione o accontentarmi, ma ho l’obbligo (dovere che si basa su un valore), di coltivare ogni giorno questo dono. Vivere la celebrazione della Santa Messa la domenica o nei giorni di festa, pregare durante la giornata, specialmente alla luce della Parola di Dio, non è un favore che faccio a Dio, è necessario per me. Allo stesso modo che non faccio un favore a nessuno, ma è per me, quando mi nutro e curo il mio corpo ogni giorno. Posso allora dire, senza vergognarmi di me stesso, di non avere il tempo per Colui che mi dona il tempo? O posso arrivare ad auto-illudermi che Dio e sempre con me (anche se io non sono sempre ‘con’ Lui), e non mi serve pregare o andare alla Santa Messa, soprattutto la domenica e gli altri giorni di precetto?

La seconda verità da tenere ben presente riguarda l’amore per se stessi. Nella Regola d’oro ci viene ricordato che: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Mt 7, 12). Il corretto amore per noi stessi, l’uso appropriato dei doni, dei talenti che Dio ci ha fatto, il sentirci amministratori (cf 1 Cor 4, 2), e non padroni di tutto quanto sappiamo abbiamo ricevuto dalla sua bontà, è fondamentale per non sprecare la nostra vita, che non è una nostra proprietà. Solo se ci accettiamo così come siamo, se accettiamo relazioni ed accadimenti per quello che sono, ma c’impegniamo con l’aiuto di Dio nel fare quello che possiamo per migliorare, per rendere anche un peccato o una disgrazia un’occasione di grazia, allora avremo fatto ciò che potevamo e qualsiasi cosa accadrà sarà oggetto di adorazione (cf T. de Chardin). Dovremmo pregare quotidianamente con le stesse semplici parole di Giovanni Paolo I (Albino Luciani): “Signore prendimi così come sono, ma fammi diventare così come tu mi vuoi!”.

Dobbiamo rivalutare nel giusto senso l’amore per noi stessi, in quanto esso è condizione senza la quale è impossibile impostare correttamente il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Nel vangelo di Marco leggiamo: “Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: ‘Qual è il primo di tutti i comandamenti?’. Gesù rispose: ‘Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi’. Allora lo scriba gli disse: ‘Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici’. Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: ‘Non sei lontano dal regno di Dio’” (Mc 12, 28-34).

terza verità tocca l’amore per il prossimo. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede“ (1 Gv 4, 20). L’amore per l’altro, non teorico, astratto, generico, ma inizia da quello che mi sta più vicino, si fonda sulla nostra natura sociale – abbiamo bisogno dell’altro a livello effettivo ed affettivo – ma alla luce della Rivelazione operata da Cristo, acquista un significato ancora più profondo: se Dio è nostro padre, noi siamo figli, e se siamo tutti figli, tra noi siamo tra noi fratelli! Perciò l’altro non è solo un partner di cui ho bisogno per soddisfare le mie esigenze e conseguire i miei fini, ma è intimamente legato al mio destino familiare. In questi giorni di forzata ‘clausura’ ci mancano tante persone, addirittura ci mancano quelle persone per le quali pensavamo di non avere il tempo: ora abbiamo il tempo e ci mancano le persone. Siamo veramente strani e curiosi, per non dire altro! Però in questi giorni sentiamo il bisogno degli altri, anche se la forzata convivenza e lo stress esasperano i rapporti con quelli ci sono ora vicini, confermando questa nostra ‘schizofrenia’ (v. aumento delle richieste di divorzio in Cina alla fine della quarantena).

Allo stesso tempo siamo coscienti che questa battaglia contro la pandemia (ma al di à di questa, contro tutto quello che ci minaccia), e per chi sopravviverà, alle conseguenze che sicuramente avrà, si vincerà solo se saremo uniti, se combatteremo insieme (cf Papa Francesco e Presidente Mattarella). Giustamente è stato notato che: “La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. […] La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce ‘il prezzo di tutto e il valore di niente’, per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e con il territorio. Questo è ciò che dobbiamo imparare nuovamente. La salute di ciascuno riguarda tutti gli altri. […] Benvenuti in un mondo limitato!” (G. Giraud, Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19, in La Civiltà Cattolica 171 [2020/II] 10; 13; 15). Però, aggiungo che la questione della salute, vale soprattutto per la ‘salute dell’anima’, per la salute spirituale, che riguarda anche le altre anime. Prima di tutto viene la ‘salute’ spirituale e fisica delle persone, perché senza di queste non ha senso parlare di ripresa economica, ambiente e quanto altro. Sarebbe un parlare del niente. Stiamo prendendo coscienza che l’egoismo è ‘miope’ e che non porta risultati duraturi: ora ed in molte altre situazioni, o ci salviamo insieme o soccomberemo insieme, scoprendo che il mio interesse è l’interesse di tutti e viceversa. Questa unità si potrà avere solo se recupereremo il nostro essere figli di Dio e tra noi fratelli, e per nessun altro motivo o scopo! In questo contesto risuonano profetiche le parole, che ritengo opportuno riportare per farne subito oggetto di riflessione da parte del lettore, del Concilio Vaticano II:

“La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l’esperienza dei secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una seria tentazione. Infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano. Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio. Per questo la Chiesa di Cristo, fiduciosa nel piano provvidenziale del Creatore, mentre riconosce che il progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini, non può tuttavia fare a meno di far risuonare il detto dell’Apostolo: ‘Non vogliate adattarvi allo stile di questo mondo’ (Rm12, 2) e cioè a quello spirito di vanità e di malizia che stravolge in strumento di peccato l’operosità umana, ordinata al servizio di Dio e dell’uomo. Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo. Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo, infatti, può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve: le vede come uscire dalle sue mani e le rispetta. Di esse ringrazia il divino benefattore e, usando e godendo delle creature in spirito di povertà e di libertà, viene introdotto nel vero possesso del mondo, come qualcuno che non ha niente e che possiede tutto: ‘Tutto, infatti, è vostro: ma voi siete di Cristo e il Cristo è di Dio’ (1 Cor 3, 22). […] Coloro pertanto che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani. Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita” (Gaudium et spes, nn. 37-38; si consiglia anche di leggere tutto il n. 38).

Questo ci dà l’occasione per enunciare un altro punto fonte di confusione oggi: il rapporto tra peccato personale e peccato sociale. Ogni peccato è personale sotto un aspetto; sotto un altro aspetto è sociale per le sue conseguenze. Ogni peccato personale produce conseguenze più o meno dannose per la Chiesa e la società(cf Reconciliato et paenitentia, nn. 15-16). L’amore per e del prossimo, deve essere perciò compreso in tutta la sua positività a livello sociale e di fede. Ciò implica di rivedere il nostro modo di vivere la libertà, che non può limitarsi alla sua manifestazione infantile di voler fare quello che si vuole, ma implica la matura scelta del vero bene. “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13). Richiede, soprattutto, di riscoprire quanto sia fondamentale la giustizia, verso Dio (virtù di religione, annessa come parte potenziale alla virtù di giustizia: cf San Tommaso, Sum. Teol., II-II, q. 80, a. 1) ed il prossimo, in quanto primo atto richiesto dalla carità..

Alla luce dell’atteggiamento di fondo, l’onestà con Dio, con se stessi e gli altri, e delle tre verità da tenere presenti, ciascuno può fare ora il proprio esame, non d’incoscienza, ma di coscienza. Affinché un tale esame porti frutti di conversione, occorre evitare l’autoreferenzialità e confrontarsi prima di tutto con la Parola di Dio, la sola che, alla fine, ci permette di scoprirci quali siamo veramente. Non prendendo atto solo dei miei comportamenti, ma interrogandomi sul perché per chi ho fatto o non fatto una determinata cosaColui che è convinto di sapere tutto e di conoscere sempre cosa è giusto fare è solo un povero incosciente, come il ‘povero ricco’ del Vangelo, un senza nome, un anonimo, di fronte al povero Lazzaro il cui nome risuona da più di duemila anni (cf Lc 16, 19-20). La conversione non si ottiene in una settimana, o con un colpo di bacchetta magica, ma s’identifica con il nostro pellegrinaggio terreno. Infatti, non dobbiamo dimenticare che la parola ebraica usata per ‘peccare’ esprime l’idea di mancare il proprio bersaglio (‘Peccato’ traduce di solito l’ebraico chattàʼth e il greco hamartìa. In entrambe le lingue le forme verbali [ebr. chatàʼ; gr. hamartàno] significano ‘mancare’, nel senso di fallire un bersaglio o non raggiungere un obiettivo o un punto esatto, sbagliare strada). Intendendo per ‘bersaglio’ quel progetto d’amore che Dio ha previsto per me. Bersaglio e sua mancanza (= peccato) che riuscirò a cogliere solo in un dialogo vivo con Dio, nell’ascolto onesto e fedele della sua Parola, prendendo continuamente coscienza che le Sue vie non sono le mie (cf Is 55, 8; Sal, 51, 6).

In questo cammino lungo e quotidiano di conversione, necessario per noi come il mangiare ed il bere, stiamo attenti di non cadere in quella che è una vera e propria tentazione del demonio: perché perdi tempo? Tanto non cambierai mai! Allora, meditiamo le seguenti parole dell’Apostolo Paolo:

“… quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato” (Rm 7, 17-25).

Questo mi dà l’occasione per ricordare una semplice verità, che mi accorgo dimentico e dimenticano molti: essere cristiano, non è facile o difficile, ma è semplicemente impossibile per le nostre sole forze umane. Però non dimentichiamoci: nulla è impossibile a Dio ovvero nulla è impossibile agli uomini con la grazia di Dio! (cf Mt 19, 26; Lc 1, 37; Rm 8, 3; Eb 11, 16). Allora coraggio: “Non abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa” (Eb 10, 35-36), perché Dio gradisce un animo pentito e non disprezza un cuore affranto ed umiliato (cf Sal 50, 19).

San Tommaso afferma, ed è opportuno ribadirlo, riguardo all’ordine che deve avere la carità: “… l‘uomo deve amare se stesso, dopo Dio, più di chiunque altro. E ciò appare chiaro in base al motivo stesso di questo amore. Come infatti si è già notato [a. 2; q. 25, a. 12], Dio viene amato quale principio del bene su cui si fonda l‘amore di carità; l‘uomo poi con la carità ama se stesso in quanto partecipa a tale bene, mentre il prossimo viene amato in forza della sua compartecipazione allo stesso bene. Ora, la compartecipazione è un motivo di amore in quanto costituisce un‘unione in ordine a Dio. Come quindi l‘unità è più dell‘unione, così il fatto di partecipare personalmente il bene divino è un motivo di amore superiore al fatto di avere associata a sé un‘altra persona in questa partecipazione. Per cui l‘uomo deve amare se stesso con la carità più del prossimo. E ne abbiamo un indizio nel fatto che uno non deve mai rassegnarsi al male della colpa, che è incompatibile con la partecipazione alla beatitudine, per liberare il prossimo dal peccato” (Sum. Teol., I-II, q. 26, a. 4, c.).

Quindi, tenendo presente l’ordine della carità che esige di amare prima Dio, poi se stessi e quindi il prossimo, nello schema per l’esame di coscienza, che propongo ora, seguirò detto ordine gerarchico, limitandomi ad indicare, per non allungare ulteriormente il presente testo, i Comandamenti che non sono un divieto ad essere felici (“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”: Mt 9, 17) e le Beatitudini che sono una proposta per una pienezza di vita (“Beati voi …”: Mt 5, 11), e qualche altro brano evangelico, connesso per ciascuno ambito di relazione.

Tenendo presente quanto ho fin qui cercato di evidenziare, lascio alla maturità ed all’onestà di ciascuno l’approfondimento, rinviando soprattutto al Catechismo, in quella libertà di figli che è basilare (cf Rm 8, 21), nella certezza che solo la conoscenza della Verità ci farà veramente liberi (cf Gv 8, 32; 34-36). In tutto questo: fissiamo lo sguardo su Cristo, dialoghiamo con Lui, incarniamolo nella nostra vita, tenendo presente che proprio: “Il segno sacramentale di questa limpidezza della coscienza è l’atto tradizionalmente chiamato esame di coscienza, atto che deve esser sempre non già un’ansiosa introspezione psicologica, ma il confronto sincero e sereno con la legge morale interiore, con le norme evangeliche proposte dalla Chiesa, con lo stesso Cristo Gesù, che è per noi maestro e modello di vita, e col Padre celeste, che ci chiama al bene e alla perfezione” (Reconciliatio et paenitentia, n. 31, III).

A) L’amore per Dio

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Esodo 20, 2-11; cf Deuteronomio 5, 6-15).

B) L’amore per se stessi

Per i motivi detti, quanto i Comandamenti ricordano nei confronti del prossimo, sono pienamente comprensibili se compresi come un’esigenza prima di tutto nostra quando: siamo genitori, difendiamo la nostra vita; viviamo non solo la fedeltà coniugale, ma anche la dignità della sessualità che non è un giocattolo con cui divertirsi; siamo coscienti del valore di quanto abbiamo acquisito o in stretta relazione con noi; della necessità della verità. “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6, 31). “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13). In ogni caso la meditazione della parabola dei talenti che il Signore ci ha affidati come amministratori può aiutarci nell’esame di coscienza riguardo l’amore verso noi stessi (cf Mt 25, 14-30). In questa ottica conviene meditare anche il realismo delle seguenti affermazioni: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio’” (Lc 12, 19-21).

In modo tutto unico, il cristiano in questo ambito, è chiamato a fare l’esame di coscienza alla luce del messaggio rivoluzionario rappresentato dalle Beatitudini. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 3-11; cf Lc 6, 20-27). “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4, 8). Evitando quell’orgoglio puerile ed insensato che dimentica che tutto quello che siamo e possediamo non è nostro, ma ci è stato consegnato da amministrare. Infatti chi è: “… accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, …” (1 Tm 6, 4).

Solo in questo contesto acquistano il vero senso la rinuncia e la mortificazione che sono da sempre state parte del patrimonio spirituale ed ascetico del cristianesimo e che san Paolo sintetizza mirabilmente: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, …” (Col 3, 5).

C) L’amore verso il prossimo.

“Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Esodo 20, 12-17; cf Deuteronomio 5, 16-21). Ovviamente, ugualmente, anche in questo ambito, ci si confronti con le Beatitudini, non dimenticando mai che: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (1 Gv 2, 9-11).

L’esame di coscienza sia fatto, , soprattutto in questo ambito, sempre alla luce del Padre nostro (cf Mt 6, 9-13), non trascurando una condizione che Cristo ha voluto evidenziare: “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6, 14-15). Questo: “… perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Mt 5, 45-48). Nel nostro rapporto con gli altri facciamo sempre attenzione, come già evidenziato, a non scambiare l’amore con ciò che è tutto, tranne che amore. Fanno pensare le seguenti parole della canzone di T. Ferro: “… io che da te dovrei soltanto imparare a difendermi non è l’amore quello che ci serve ma è molto più è la verità …” (Amici per errore, 2019).

            Alla luce della mia esperienza di ministro della misericordia, proprio in questi tre ambiti è importante impegnarsi nell’essere onesti, evitando tutte quelle immature pseudo giustificazioni, che continuamente portiamo e delle quali vogliamo autoconvincerci. Per esempio l’andare alla santa Messa di precetto, domenicale e non, solo quando uno se la sente ovvero che non c’è bisogno di andarci perché Dio è dentro di noi. Il volere giustificare comportamenti contrari alla dignità della persona, tempio dello Spirito Santo (cf 1 Cor 6, 19), con lo spreco dei talenti del tempo, dell’intelligenza, della sessualità. Il non riconoscere al nostro prossimo ciò che pretendiamo e chiediamo per noi dagli altri (cf Mt 7, 12) a livello di giustizia e misericordia, come la buona fama, la fedeltà, il dire la verità e l’essere perdonati. Le seguenti parole dell’Apostolo delle genti possono essere un aiuto ad esaminarci al riguardo: “Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero […] che per caso non vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini, …” (2 Cor 12, 20); perché: “… invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5, 21). L’impegno costruttivo è solo nel vincere il male con il bene:

“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 15-21).

Conclusione

Come ho sopra ricordato, molti in questi giorni ribadiscono che il mondo non sarà lo stesso, dopo l’attuale crisi provocata dalla pandemia del coronavirus. Al riguardo mi vengono in mente le parole realistiche, e non pessimistiche, dell’autore dell’Ecclesiaste: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (1, 9). Del resto, basta dare uno sguardo sommario a quanto sta avvenendo in questo tempo, per vedere accanto a tanta solidarietà, generosità e sincera fraternità, tanto egoistico opportunismo, una mancata sensibilità al rispetto ed al bene comune, una esagerata moltiplicazione d’ingiustizie che gridano vendetta al cospetto di Dio, il moltiplicarsi della riduzione delle persone ad oggetto (v. internet), una sempre maggiore diffusione della volgarità, quasi istituzionalizzata attraverso giornali, radio, televisione, ed il continuo rifiuto della legge naturale. Questa presa di coscienza deve richiamare me alla conversione! “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 2, 6), per me e per te.

Boris Cyrulnik, psichiatra e psicanalista francese, sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale, spiega, attraverso l’applicazione alla psicologia del concetto di resilienza, mutuandolo dalla fisica meccanica (la capacità di un metallo di resistere agli urti senza spezzarsi), come è possibile usare anche le più inenarrabili sofferenze per essere migliori. Nella presa di coscienza che quando si è protagonisti di una qualsiasi catastrofe che ha modificato irreversibilmente l’esistenza, non bisogna perdere il tempo nel tentare di ristabilire l’ordine precedente, ma impegnarsi nella costruzione di uno nuovo (cf Costruire la resilienza, Trento 2005). Infatti, il passato è passato e non ritorna, il futuro non è nelle nostre mani, l’unica cosa è vivere pienamente e consapevolmente il presente. Recentemente (cf Psicoterapia di Dio, Torino 2018), sviluppa la sua tesi vedendo nella fede in Dio, tra le possibilità, un fattore di resilienza ed equilibrio spirituale-psichico. Tra l’altro egli evidenzia anche che la cosa che dà più forza ad una persona che vive una crisi, è quella di poter essere amata così com’è. La seconda, consiste nel poter raccontare, anche solo a se stessi, il proprio vissuto, perché ciò consente di distanziarsene e dargli un senso. Aspetti psicologici interessanti che occorre non dimenticare, in quanto la persona è essenzialmente unità spirituale-psichica-fisica.

Già a livello di dinamiche psicologiche, tutti sappiamo per esperienza, che solo la scoperta di un qualcosa che mi motiva e mi attrae maggiormente, ci permette di staccarci, di scioglierci da ciò a cui eravamo legati in modo sbagliato in precedenza: solo ciò che è percepito come un piacere ed un bene maggiore, mi dà la forza di staccarmi da ciò che ormai sento insufficiente a riempire il vuoto che è dentro di me. Tutto questo lo realizza solo il vero bene e non le passioni ed il sentimentalismo che durano solo per un soffio di tempo e creano dipendenze monotone. Solo la scoperta di un amore più grande, che mi realizza e mi completa pienamente, mi aiuta a fare le scelte giuste ed a decidermi nel voler rinunciare al mio egoismo che sistematicamente rende arida la mia vita e fa del mio cuore un pezzo di pietra. L’indurimento del cuore è ciò che va evitato, perché il cuore deve essere di carne per pompare sangue e dare vita! (cf Ez 11, 19). Il punto fondamentale è allora proprio questo: la scoperta di un qualcosa d’incredibilmente più vero che mi motiva, mi dà la vera speranza e mi conferma nel perseverare in un cambiamento che non è di un momento, ma dura una vita. Un desiderio di cambiamento che trova la sua prima ragione nel desiderio di vivere in pienezza la vita, di non sprecarla, e non nel reprimersi o nel rinunciare, perché scopro che la vera libertà è scegliere anche di essere liberi da tutto ciò che non mi permette di conseguire il vero bene. Ha scritto A. de Saint-Exupéry: “Una volta sbocciato l’amore, mette radici che non finiscono più di crescere. [… ma] Bisogna cominciare col sacrificio per fondare l’amore. L’amore, in seguito, può sollevare altri sacrifici e impiegarli in tutte le vittorie.” (Pilota di guerra/La morale dell’inclinazione, Milano 2015, Kindle e-book, posizioni 1877; 2191). Coscienti che nella realtà, quando diciamo di ‘amare’ e perché l’amore ci ha scelti! Interessante è lo scoprire dall’etimologia del termine ‘sacrificio’ che viene dal latino sacrum facere, ovvero “compiere un’azione sacra“. Il sacrificio correttamente inteso, anche se genericamente, è il compimento di un’azione che serve a manifestare il mio affetto e la mia riconoscenza a qualcuno o qualcosa che ha grande valore per me. Si decide e si fa di tutto per cambiare in meglio, non solo per se stessi, ma soprattutto per qualcuno o per qualcosa che si è scoperto si deve il cambiamento. Oggi che crediamo che tutto ci è dovuto dagli altri e siamo così accecati dal nostro infantile egoismo, forse recuperare questa dimensione della vita ci aiuterebbe ad essere donne ed uomini maturi.

Solo quando s’incomincia ad intravvedere un qualcuno od un qualcosa che risponde alle mie attese più pure e più vere di pienezza e felicità, che si fa strada il sincero desiderio di cambiare. Un momento, un’esperienza che, nella fede, sappiamo è sempre la manifestazione della tenerezza di Dio per noi.

La possibilità della conversione personale (come ritorno a Dio) deve, allora, aprirci alla speranza come c’invita a fare il racconto dell’adultera perdonata: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11). Il giudizio di Cristo è differente da quello degli uomini, non è un giudizio che condanna e uccide, all’adultera è dato un giudizio che libera e salva, è consegnata una parola di speranza che dà vita. Allora, nel combattimento per la nostra felicità, che Dio primo tra tutti la desidera per noi, non dimentichiamo mai, neanche per un attimo, che: “… Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori …” (1 Tm 1, 15), e soprattutto che non saremo mai soli, dobbiamo solo avere perseveranza e coraggio e questo perché Cristo è con noi: “… tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Nella speranza che quanto proposto ti potrà essere d’aiuto, ti auguro una proficua Settimana Santa, per arrivare a vivere una vera Pasqua di Risurrezione nel Cristo nostra unica e sola speranza!

Roma, Angelicum, 3 aprile 2020
XXXXI Anniversario dell’inizio
del Postulandato nell’Ordine Domenicano

P. Bruno, O. P.

Perché è importante recuperare il significato delle parole che usiamo?
San Domenico che medita la Sacra Scrittura (Beato Angelico).
Premessa
            Già nel IV sec. a. C., Platone nel dialogo Teeteto rifletteva, in contrapposizione ai Sofisti, sul rapporto tra il vero ed il falso e quindi sulla necessità per l’uomo di riconoscere la recta ratio, ossia la relazione tra la parola e la cosa e quindi il significato proprio e vero delle parole.
            Anche meditando Gen 11, 1-9 (la confusione delle lingue a Babele), mi sono convinto che sia necessario ripensare la confusione di idee e di contenuti che sembrano connotare i nostri giorni, ed ho creduto opportuno proporre e condividere di seguito alcuni meri esempi come spunti di riflessione al riguardo, al fine di recuperare l’importanza dell’usare in modo proprio le parole, rispettando così il loro significato e quindi la verità delle cose. Scriveva acutamente G. K. Chesterton: “Questa è la gigantesca eresia moderna: modificare l’anima umana per adattarla alle condizioni, invece di modificare le condizioni per adattarle all’anima umana” (Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Tutto questo in nome di una fraintesa libertà che da pellegrini su questa terra, che sanno dove stanno andando, ci fa veri e propri vagabondi che non sanno dove vanno. Infatti, si confonde la libertà con la garanzia di poter fare sempre quello che si desidera e per giunta con la pretesa che questo venga riconosciuto come vero e proprio diritto, non accorgendosi che non sempre ciò che è possibile all’uomo è per il suo bene, e che così facendo si finisce per essere, alla fine, dei poveri schiavi (cf 1 Cor 10, 23; 2 Pt 2, 19). Ci si inebria di una riduttiva libertà (come mero arbitrio) fino a perdere la coscienza di chi siamo! Rifiutando il suo essere creatura, l’uomo si condanna alla confusione, alla incomunicabilità ed a vivere in un perenne conflitto con se stesso e con i suoi simili. Se non accettiamo che abbiamo una natura dono di Dio con la sua oggettività, siamo condannati ad essere nient’altro che dei poveri vagabondi.
Ascoltando i consigli di alcuni ho deciso di non pubblicare il tutto in un unico testo, inevitabilmente troppo lungo da leggere, in modo particolare su un telefonino, ma in diverse pubblicazioni giornaliere, che seguiranno la presente. Quindi non invierò più il link, ma chi vorrà, da domani e per i prossimi nove giorni, potrà leggere le varie riflessioni, se lo desidera, accedendo liberamente a questo sito. Quindi nient’altro che un invito a riflettere con la propria testa, ma confrontandosi con la realtà e cercando la verità, evitando di rimanere prigionieri di un cieco soggettivismo che inesorabilmente, nutrendo uno sterile egocentrismo, ci fa ritrovare in una letale solitudine. Infatti, ci ammonisce san Tommaso: “La verità è forte in se stessa, e non può essere vinta da nessuna obiezione” (Summa contra Gentiles, 4, 10). Quindi, la verità non va mai imposta, semplicemente perché s’impone per se stessa! Purtroppo, però, spesso e volentieri l’uomo di oggi si difende dalla verità e non si rende conto che è la verità che lo difende, non s’interessa ad essa e preferisce sostenere la convinzione o l’interesse del proprio gruppo (spesso sentito come ‘branco’).
Le seguenti riflessioni sono proposte come una sorta di preparazione alla Festa di san Domenico di Guzman (8 agosto), l’uomo ed il santo della carità della verità e della verità della carità, che mai lasciò nella predicazione della Verità che è Cristo, l’abbraccio della carità (cf Ef 4, 15). Convinto che l’uomo non è contro Dio, ma spesso contro una falsa idea di Dio, docile allo Spirito Santo, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani), affinché con la testimonianza della loro vita e la profondità di uno studio sapienziale e non nozionistico, annunziassero ai fratelli quella Buona Novella alla luce della quale potessero cogliere il progetto d’amore di Dio e quindi il senso della loro vita. Una predicazione (“… opportune et importune …” [2 Tim 4, 2]), nell’intenzione di san Domenico, sempre intesa come proposta e mai come imposizione, e questo nella fedeltà a Cristo che mai ha costretto qualcuno: “Se vuoi …” (Mt 19, 21).
  Allora fruttuosa riflessione e soprattutto buona festa di san Domenico!
            Le riflessioni sono le seguenti, anche se verranno pubblicate con un ordine diverso: 1) Bene-Male; 2) Rispetto-Tolleranza; 3) Progresso-Sviluppo; 4 Necessario-Urgente; 5) Obbligo-Costrizione; 6) Liceità- Legalità; 7) Conservatore-Progressista; 8) Infermo- Morto; 9) Amore – Sesso.
Santuario di Santa Maria del Sasso – Bibbiena (AR), 28 luglio 2019
P. Bruno O.P.
Il sacerdote cattolico: ministro di Dio per i suoi fratelli
Basta un po’ di buon senso per cogliere ciò che in fin dei conti è un dato evidente, e quindi non ha bisogno di essere dimostrato e può essere colto da tutti, anche se non tutti potranno spiegarne le ragioni: il male, fisico o morale che sia, è sempre una privazione, una mancanza di qualcosa di dovuto. Purtroppo, invece, spesso e volentieri, siamo portati più a cogliere, ad evidenziare e sottolineare, per primo ciò che manca (il male), ed a trascurare quel bene, quel positivo alla luce del quale, solamente, ha senso parlare di un male. Allora, in questa breve riflessione sulla figura del sacerdote (ma in qualche modo applicabile ad ogni consacrato/a a Dio), mi sembra importante proprio partire da ciò che un ministro di Dio è chiamato ad essere, e come da sempre è stato percepito dalla gente comune, a prescindere che fosse credente o meno, come la storia della Chiesa ci ricorda riguardo le missioni evangelizzatrici. In altre parole: partendo da quel positivo alla luce del quale solamente potremo tentare di comprendere il male causato dalla non realizzazione del bene, provvedendo di conseguenza con i modi idonei a combatterlo.
Personalmente, sono cresciuto nella mia parrocchia avendo davanti delle figure di parroci, sacerdoti e seminaristi impegnati nel proprio cammino di conversione e dedicati completamente al servizio del Popolo di Dio. Al di là dei talenti che ciascuno aveva ricevuto da Dio o delle proprie fragilità o dei caratteri di ciascuno, per me, come per la maggioranza dei fedeli della parrocchia, è sempre stato chiaro chi era il sacerdote: un uomo scelto da Dio per essere un suo ministro in mezzo ai fratelli, solidale con loro nei momenti di gioia e di dolore, che poi sono i momenti che ritmano il pellegrinaggio terreno di ognuno, di ogni famiglia: i sacramenti dell’iniziazione cristiana, la ricerca di un lavoro, il matrimonio, le celebrazioni di anniversari, i problemi familiari, le malattie, la morte.
Invece, soprattutto in questi ultimi venti anni, a questa figura di sacerdote si è sostituita quella di un vero e proprio “orco”, di una persona di potere, attaccata ai soldi e schiava delle peggiori perversioni. Ormai questa “convinzione” è diventata “opinione pubblica” ed è entrata a tutti i livelli: politico, culturale, giuridico ed anche ecclesiale. La conferma si ha vedendo anche la maggior parte dell’attuale produzione cinematografica. Però questo, grazie a Dio, non è vero, o almeno non è vero nei termini in cui viene presentato! Come non è vero che tutti, o quasi, i medici sono incompetenti e uccidono i loro assistiti, che tutti i politici sono ladri, che tutti gli avvocati sono disonesti, che gli insegnanti sono impreparati o che i genitori non sanno educare i propri figli. Come spesso accade fa più rumore e si pone più attenzione ad un albero che cade, invece che alla foresta che cresce! Però, le generalizzazioni e le etichette sono sempre pericolose e portano a sacrificare degli innocenti in nome di una esigenza di giustizia, che in quanto, di fatto, sommaria, non potrà mai essere vera giustizia. Doverosamente in questi ultimi decenni, la Chiesa ha cercato di dare una risposta credibile agli scandali ma, a mio sommesso avviso, in più di qualche occasione più per paura o per dare soddisfazione ai mass media ed all’opinione pubblica che per amore di verità e trasparenza. Correndo il rischio, in più di qualche occasione, di passare da un estremo all’altro: da un complice silenzio ad un immotivato impulso a denunciare chiunque fosse accusato e questo più proteggere posizione ed interessi che per amore di giustizia e quindi per il bene di tutte le parti, nessuna esclusa. Abdicando in qualche modo ad essere sempre e comunque maestra di umanità e di misericordia, anche verso quei sacerdoti che possono aver sbagliato. Il vescovo, non dimentichiamolo mai, è e rimarrà sempre padre dei suoi sacerdoti, buoni o cattivi che siano, e non potrà mai essere compreso come un semplice datore di lavoro.
Accettando, molte volte, una semplice denuncia come sinonimo di colpevolezza, si oblia uno dei principi fondamentali su cui si edifica una società ed un ordinamento giuridico degno di un tale nome: il diritto di difesa, che è un diritto naturale, con tutto quello che questo significa. Non dimenticando che l’elemento essenziale del diritto di difesa è senz’altro la possibilità di un vero contraddittorio, il quale deve essere il più trasparente possibile. Per questo si richiede la conoscenza dell’accusatore e delle accuse, nella consapevolezza che “onus probandi incumbit ei qui dicit”. Infatti, nel contraddittorio, in modo particolare, ma non esclusivo, in ambito penale, è la colpevolezza che va provata e non l’innocenza, come qualcuno oggi pensa o come purtroppo in qualche caso si permette e si realizza (in dubio pro reo!). Questa reazione agli scandali sta di fatto producendo una vera e propria “guerra al massacro” dove nessuno può sentirsi più al sicuro ed ogni sacerdote può essere di fatto accusato di tutto e per questo solo fatto, senza vero appello, vedere distrutta la sua vita. Incitando, anche se in modo inconsapevole, qualcuno a presentare delle denunce anche solo in vista di ottenere qualche ritorno economico o di ricevere notorietà o per pura vendetta. Ovviamente tutti possono immaginare le conseguenze di un simile clima, a livello di opinione pubblica e di esercizio stesso della missione del sacerdote.
Allora cosa fare? È necessario ripartire dal positivo e questo lo si può fare leggendo chiaramente la causa dell’attuale situazione: la crisi di fede! Usando una terminologia di baconiana memoria, possiamo dire che alla pars destruens degli ultimi decenni, deve seguire necessariamente, s’impone, la pars construens per il presente ed il futuro. Oggi è necessario “riformare” la figura del sacerdote e quindi “formarlo” avendo presente che la forma, il modello è solo il Cristo, in quanto il sacerdote è un alter Christus! Quel Cristo che ha dato la sua vita per l’umanità e chiede ad alcuni di dare ugualmente la vita per i fratelli (cf 1 Gv 3, 16) e che come leggiamo nel vangelo di Marco: “Ne costituì dodici affinché stessero con lui …” (3, 14). Stare con Lui: questo è il segreto! Questo significa investire le risorse migliori che la Chiesa possiede al presente, per aiutare i giovani nel discernimento vocazionale, nella formazione iniziale in seminario e successivamente nella formazione permanente, espressione eloquente ed insostituibile della sollecitudine paterna del vescovo e della fraternità sacerdotale. Però, in modo particolare, è importante aiutare all’inizio quanti credono di sentire la chiamata da parte di Dio al ministero sacerdotale o alla vita consacrata, a verificare se è una vera chiamata o solo un mero e non fondato desiderio della persona. Sicuramente deve essere rivisto il modo di vivere ed organizzare la vita negli anni della formazione iniziale in seminario, sentito e vissuto molte volte più con lo spirito di chi vive in una caserma e deve sopravvivere al sergente di turno, che un momento per verificare, prima di tutto per il bene del formando, se veramente è Dio che lo sta chiamando. Scoprendo che la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata è prima di tutto una questione di amore: la scoperta dell’amore di Dio per me in un progetto di amore per la mia vita attraverso la consacrazione a Lui e per il servizio dei fratelli (cf 1 Gv 4). Infatti, sono convinto che è proprio il non realizzare con amore la propria vocazione, spieghi tante crisi nella vita sacerdotale e religiosa, come del resto nella vita matrimoniale. O d’altra parte, evidenzia che non c’è stata una vera “vocazione”. In ogni situazione che viviamo, soprattutto in ogni rapporto, con Dio o con un’altra persona, in un rapporto di amicizia o di amore, si esige di viverlo ogni giorno, con una tensione ed attenzione all’altro, che soli costruiscono e consolidano il rapporto. Senza questo impegno quotidiano ogni rapporto svilisce e muore ed alla fine ci si ritrova un estraneo accanto. Non si può dare nulla di fatto una volta per tutte o di scontato in un rapporto personale! Questo estraneo potrà essere anche Dio per il sacerdote ed il consacrato, ed allora si possono immaginare le conseguenze.
Tutto questo nella consapevolezza realistica, che coloro che sentono la chiamata sono figli del proprio tempo, quindi persone che sono convinte che a loro tutto è dovuto e che non sanno il vero significato del sacrificio e della rinuncia per qualcuno o per un bene maggiore. Chesterton argutamente notava in Cosa c’è di sbagliato nel mondo : “Non ci sono persone non educate. [… ma] la maggior parte di loro sono educati male”. A questo si deve aggiungere anche l’eventualità, non così remota, di quanti sanno benissimo di non avere la vocazione e quindi le capacità, ma vogliono, per i più svariati motivi, intraprendere una strada che farà la loro infelicità e quella di coloro che incontreranno. Il non riconoscere una tale mancanza o il non farla presente, è una grave disonestà ed omissione da parte del formando ovvero del responsabile della sua formazione.  Ecco perché è necessario avere dei formatori preparati sotto tutti i punti di vista. La vita del sacerdote di Cristo non è stata e non sarà mai “semplice”, come non lo è stata la vita di Cristo in quanto come lui, è stata e sarà sempre segno di contraddizione per un mondo egoista che non può accettare la gratuità (cf Lc 2, 34). Allo stesso tempo, alla luce della fede, è importante non dimenticare una sacrosanta verità che amava ricordare il Card. Journet: la Chiesa è santa, sono peccatori gli uomini di Chiesa che la tradiscono peccando contro il Suo Divin Fondatore, Cristo Gesù ed il suo progetto di amore per me!
Concludo questa breve riflessione invitando alla lettura di un bellissimo romanzo di Bernanos, Il diario di un curato di campagna. Un semplice prete, da tutti poco stimato, compreso lui, che scoprendosi malato di cancro si ritira nella casa di un suo compagno di seminario, che da tempo ha abbandonato il sacerdozio, dove trascorre gli ultimi giorni della sua vita confortato dall’inequivocabile pensiero che la sua esistenza terrena sia stata una grazia di Dio. Tra cui anche il fatto che ha appena ricevuto l’assoluzione dal suo ex confratello, che si dispiace delle circostanze, ed al quale risponde con le ultime parole: ” … perché ti dispiaci? Tutto è grazia!”. Anche l’attuale crisi, se vissuta con la forza della fede, sarà una purificazione e quindi una grazia per cui ringraziare Dio (cf 2 Cor 7, 10). Quindi è importante non restare prigionieri del male e di fare nostre oggi le parole di san Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 21 e cf Sl 96). Adattando la Regola d’oro che Cristo ci ha lasciata (cf Mt 7, 12), penso che ogni giorno la preghiera di ogni sacerdote dovrebbe essere: “Signore, aiutami ad essere sempre quel presbitero/vescovo che vorrei trovare!”.
  1. Bruno, O. P.
 
                                     FEDE E ARTE
Questo binomio “Arte e Fede” o “Fede e Arte” ha sempre attratto la mia attenzione, avendovi sempre trovato – in questo particolare connubio – una ricchezza straordinaria di presentazione e approfondimento delle verità della fede, insieme ad un ricchissimo apporto per l’arte, nei vari soggetti religiosi. Tutto questo é ben evidente nella mutua relazione -Arte e Fede- presente nelle varie espressioni dell’arte: pittura e scultura soprattutto, ma anche nelle varie forme di architettura sacra, musica, letteratura,poesia… La fede trova nell’arte  un modo eccellente di esprimersi; e l’arte, a sua volta, trova nella fede contenuti di grande valore. Si potrebbe dire che l’arte ha nella fede uno spazio immenso, come ispirazione e come contenuto, presentando personaggi ed eventi di grande carica spirituale, che toccano la realtà più intima di chi si rende attento ammiratore delle varie opere d’arte. Nello stesso tempo, però, la fede trova nell’arte un modo sublime per presentare i suoi messaggi in  una splendida catechesi. 
 Da qui  l’importanza di una predicazione… viva, attraverso le varie opere d’arte presenti  nelle nostre chiese e negli ambienti da noi abitualmente abitati: non sempre viene valorizzata tutta la grande ricchezza che possediamo. Anche le piccole realtà (come potrebbe essere il mio convento e annesso Santuario di S. Maria del Sasso a Bibbiena)  devono essere occasione e mezzo di preghiera e di vera  predicazione della fede, presentando le varie opere d’arte che contengono. Fedeli e turisti, che frequentano i nostri ambienti, accettano volentieri  chi li accoglie e li guida alla scoperta di veri tesori di storia fede e arte, presenti in chiese e conventi dove noi siamo. Si tratta di valorizzare  nel modo migliore, per noi e per gli altri,  questo ricco patrimonio.  
                                                                                                                                   Padre Giuseppe Serrotti  o.p.
S. Maria del Sasso: Presepio 2018-19
Sempre meraviglioso e sempre diverso il presepio di S. Maria del Sasso: un presepio che ogni anno offre ai numerosi visitatori meraviglie sempre nuove. Insieme al mistero della Incarnazione del Figlio di Dio – bene evidenziata anche quest’anno la grande grotta della Natività – il presepio presenta di anno in anno un messaggio particolare, strettamente legato al mistero del Natale, con l’aiuto di particolari accorgimenti, scenografie e con bellissimi personaggi, ottime sculture delle botteghe d’arte di Ortisei, in val Gardena. Questo presepio – che occupa tutto le spazio della chiesa inferiore, comprese le sei piccole cappelle – si può visitare entrandovi dentro, come mettendosi in cammino insieme ai pastori alla ricerca della grotta della Natività.
Quest’ anno è la LA SPERANZA è il filo conduttore che unisce e ricollega ogni singola parte del presepio nel suo insieme: un filo luminoso che a tratti sembra scomparire, ma poi riappare a segnare ancora il cammino dei pastori e dei visitatori UN CAMMINO CHE INIZIA CON LA CREAZIONE DEL MONDO E DELL’UOMO; UNA SPERANZA DA INSEGUIRE, COME LUCE CHE ILLUMINA il buio del male in cui l’uomo è precipitato. Speranza come luce che risplende e incoraggia a proseguire, anche dopo lo smarrimento per eventi terribili, come il diluvio universale, Sodoma e Gomorra…., ma poi finalmente l’incontro con la Salvezza tanto attesa: E’ IL COMPIERSI DELLA SPERANZA.
Pur col grande dono del Salvatore, nuove prove e tribolazioni intralciano il cammino e la luce della speranza sembra di nuovo sparire…. ma per riaccendersi ancora più lucente, fino alla grande mèta a cui ogni uomo è chiamato.Questo presepio aiuta a ripensare al cammino dell’uomo dall’alba del mondo alla pienezza della luce e al suo finale splendore. Anche quest’anno, i bravi “presepisti “di Camaiore -Lucca, amici da altre 50 anni del Santuario di S. Maria del Sasso, sono riusciti a regalare al Casentino questo bellissimo presepio, che resterà visitabile fino a domenica 3 febbraio.
 
 
 
Un ricordo di p. Mariano Cordovani (1883 – 1950)
Padre Mariano Cordovani è stato certamente una delle figure più rappresentative dell’Ordine domenicano e della Chiesa del secolo scorso. Era nato il 25 febbraio 1883 a Serravalle di Bibbiena (Arezzo). A 14 anni fu accolto nel convento domenicano di S. Maria del Sasso di Bibbiena, dove maturò la sua vocazione domenicana e completò la sua preparazione scolastica e umanistica, ricevendo a 16 anni l’abito domenicano e il nome di Mariano.
Nell’agosto del 1901 venne inviato a Roma nel Collegio S. Tommaso: fu ordinato sacerdote nel giugno 1906 e nel 1909 fu dichiarato Lettore in teologia. Predicazione e insegnamento lo impegnarono subito nel suo primo ministero di sacerdote domenicano. Dal 1912 al 1922 fu docente di filosofia all’Angelicum (l’università dei domenicani a Roma). In seguito – dal 1921 al 1927 – invitato da padre Gemelli, tenne la cattedra di teologia alla Università Cattolica di Milano.
Frutto di questo insegnamento di filosofia e teologia furono tre importanti volumi: Il Rivelatore, il Salvatore, il Santificatore. Il suo insegnamento fu sempre molto apprezzato. Nel 1927 a Roma venne nominato Reggente del Pontificio Ateneo “Angelicum”(ora “Università San Tommaso d’Aquino”); in seguito priore Provinciale della Provincia Romana dei Frati Predicatori. Anche durante questi importanti incarichi padre Cordovani si rendeva disponibile per la predicazione, incontri, dibattiti, conferenze e scritti vari. Nel luglio 1936, Papa Pio XI lo nominò Maestro del Sacro Palazzo e da Pio XII fu nominato “Teologo ad personam“ della Segreteria di Stato. Fu anche chiamato ad essere membro di varie Congregazioni in Vaticano. Numerose e importanti furono le sue pubblicazioni di carattere filosofico, teologico, sulla dottrina sociale della Chiesa e di spiritualità in generale.
Sofferente di cuore negli ultimi anni della sua vita, morì improvvisamente il 5 aprile 1950. Da ogni parte d’ Italia giunsero a confratelli e familiari sentite condoglianze da parte di cardinali, vescovi, ministri, onorevoli, ambasciatori, religiosi e religiose, amici e conoscenti, che avevano conosciuto e stimato il padre Cordovani per le sue grandi doti, la sua bontà d’animo, la sua vivace intelligenza. Alla fine di settembre 1952, dal cimitero del Verano a Roma , dove era stato sepolto, venne trasferito nella chiesa parrocchiale del suo paese natio, Serravalle di Bibbiena, dove fu eretto il monumento funerario con lo stemma domenicano e l’epigrafe, in latino, scritta dal noto latinista mons. Bacci , che qui viene fedelmente riportata: descrive molto bene la figura e l’opera del Padre Mariano Cordovani: 
  1. MARIANUS – CORDOVANI – E – DOM – ORD –
    SERRAVALLENSIS
    MAGISTER – SACRI -PALATII-PONT – MAX –
    AFFABILITATE – AMABILIS –
    ANIMI – NOBILITASTE – MENTISQUE – ACIE –
    PRAESTANTISSIMUS
    HUMANAE – DIVINAEQUE- SAPIENTIAE – DOCUMENTA
    MAGNIS – DIGNA – LAUDIBUS –
    EDIDIT
    MULTOS – CONSILIO – ADIUVIT –
    EXEMPLO – OMNES –
    SUBITANEA – MORTE – CORREPTUS –
    PLACIDISSIME – OBIIT –
    NONIS – APRILIBUS – A – MDCCCCL
    DOMINICIANI – SODALES – CAMALDULENSES –
    EREMITAE
    MEDIOLANENSE – A – S- CORDE – JESU – ATHENAEUM –
    AC – CATHOLICI – VIRI – IUVENESQUE –
    STUDIORUM – CAUSA – CUM – EO – CONIUNCTI –
    GRATAE – MEMORIAE – ERGO –
    POSUERE / A – MDCCCCLII –
Al ritorno della salma a Serravalle, la S. Messa venne celebrata da Mons. Giovanni Battista Montini, allora Sostituto della Segreteria di Stato, che in una splendida omelia presentò la grande figura di padre Mariano Cordovani. Quanto qui scritto, è solo una presentazione sommaria di padre Cordovani. Frutto del suo studio e della sua intensa attività culturale, di lui restano i suoi libri. Sarebbe anche utile ricordare quanti hanno scritto sul Padre Cordovani e in particolare il confratello domenicano Padre Raimondo Spiazzi, che in due grossi volumi presenta largamente la vita e l’opera di Padre Mariano. Padre Spiazzi riporta anche il testamento spirituale di Padre Mariano, che verso il termine conclude così : “intendo vivere e morire in grembo alla santa Chiesa cattolica apostolica romana, sapendo che non si è con Gesù Cristo se non si è con la Chiesa, la quale è divino magistero della verità rivelata e scuola viva di santificazione; i difetti del suo elemento umano sono corretti automaticamente e non compromettono il valore del suo elemento divino. Le anime si salvano dentro la Chiesa e per mezzo della Chiesa”
  1. Giuseppe Serrotti, O.P.
    Convento S. Maria del Sasso, Bibbiena
 
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Il mese di ottobre, dedicato alla Madonna del Rosario
La devozione alla Madonna del Rosario – e in particolare la pratica del Rosario – è presente e sempre raccomandata in tutta la Chiesa, ma particolarmente praticata nelle chiese domenicane e nei santuari mariani in generale.
Questo intervento vuole soffermarsi brevemente su due punti : presentare una breve riflessione su questa importante pratica devozionale del Rosario e indicare il programma del mese di ottobre nel nostro Santuario di S. Maria del Sasso, dal quale il sottoscritto sta scrivendo.
1 – La preghiera del Rosario – Il Rosario è stato tante volte l’argomento di scritti, prediche e funzioni mariane. Si tratta certamente della “devozione” più praticata nella Chiesa, insieme alla Via Crucis. E’ proprio “scritta”, scolpita nel cuore dei cristiani, che la sentono come una preghiera viva, e molto ricca, per i contenuti che presenta, e molto adatta per tutti, grandi e piccoli, dotti e gente semplice. Sì, una preghiera molto ripetitiva, ma mai stancante, perché impegna la mente e il cuore.
Quella corona benedetta che stringiamo fra le mani, fa del Rosario come una forma di preghiera “gestuale”, molto semplice e molto essenziale: ci aiuta ad elevare a Dio la nostra umile preghiera, illuminata e sorretta dalla presenza e dalla intercessione di Maria. Molto a proposito viene spontaneo riportare qui quelle ispirate espressioni del B. Bartolo Longo sul Rosario, che concludono la Supplica alla Beata Vergine del Rosario di Pompei: “ O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisce agli Angeli… tu ci sarai conforto nell’ora di agonia…”.    fr. Giuseppe Serrotti, O.P.La Madonna aiuta, chi La prega col rosario, a far rifiorire – nella mente, nel cuore e sulle labbra – tutta la dolcezza e la profondità che questo modo di pregare esprime. Una preghiera, il Rosario, che la Madonna stessa ha raccomandato nelle apparizioni di Lourdes e di Fatima, dove è apparsa con la corona in mano.
  1. Il mese del Rosario a S. Maria del Sasso – Ritenendolo utile per qualcuno, viene riportato qui il programma del mese di Ottobre a S. Maria del Sasso:
  • Tutti i giorni feriali, alle ore 06,45: S. Rosario 07,10 : S. Messa con le Lodi
  • ogni venerdì e sabato la S. Messa delle ore 17,00 è preceduta dal S. Rosario e dai Vespri.
  • Domenica 7 ottobre: Giornata dedicata in modo particolare alla Vergine del Rosario. La S. Messa solenne è quella delle ore 17, preceduta dal Rosario e Vespri e conclusa dalla Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei e dalla breve processione per le adiacenze del Santuario
E’ bello sentire ripetere tante volte l’Ave Maria e risuonare canti mariani lungo la nostra stradina di campagna, con tanti fedeli che partecipano con sincera devozione verso la Madonna del Rosario!
  1. Giuseppe Serrotti, O.P.
    Santuario di S. Maria del Sasso, Bibbiena
 
 
 
 
E poi?…


Non so quanti di coloro che stanno leggendo la presente riflessione, forse incuriositi da un titolo che in qualche modo non si sa quale tipo di domanda e risposta presenti e comporti, hanno visto il film sulla vita di san Filippo Neri (1515-1595), interpretato dal grande ed unico Gigi Proietti: “Preferisco il Paradiso” (2010). Personalmente l’ho visto in varie lingue almeno una trentina di volte, ed ogni volta, non mi vergogno a dirlo, mi ha profondamente toccato e commosso, al punto che ne consiglio la visione a tutti e, soprattutto, a chi ha ricevuto il dono della vocazione da parte di Dio alla vita consacrata o al ministero sacro. Forse esagerando, sono convinto che contenga spunti di riflessione e meditazione sufficienti per un intero corso di Esercizi Spirituali. La figura di questo santo è sempre stata in qualche modo presente nella mia vita e nella mia vocazione domenicana: da giovane frequentò il Convento di San Marco in Firenze, che solo alcuni decenni prima aveva visto la presenza e l’opera di fr. Girolamo Savonarola (1452-1498), Convento nel quale feci il mio Noviziato e durante il quale lessi alcune vite del Neri, che ho sempre sentito vicino, almeno per il comune senso dell’umorismo! Bellissima e commovente è una preghiera messa nel film sulla bocca di Filippo, che riassume le sue speranze, i suoi desideri, le sue fatiche, il suo combattimento: “O Signore come faccio a far capire loro che tu sei l’unica fonte della gioia e della bellezza, io senza di te non sono niente, perché hai scelto me per fare tutte queste cose? Io non sono degno! Anche se amo la gente, la gioia più grande è stare con te, ma alla fine ho tempo per tutti meno che per te!”.
In ogni caso, mi permetto di proporre qui solo alcune scene, la prima è quella che apre la seconda parte del film. I bambini che erano stati presi dalla strada da P. Filippo e riuniti nell’Oratorio per essere nutriti materialmente e spiritualmente, diventati adulti si ritrovano per festeggiare il compleanno del loro “padre” che, scherzosamente, ricorda di averne solo uno in più dell’anno prima: e basta! Intorno alla tavola ognuno condivide con i presenti i ricordi ed anche i progetti per il futuro. Alessandro, convertitosi, partirà per le Indie con i Gesuiti (sogno che rimase tale per Filippo), Camillo prenderà il suo posto per la cura dei malati, perché ha capito che così servirà il Signore, Pierotto sta per laurearsi. Per ultimo, Aurelio annuncia a tutti, nonostante si renda conto che sarà difficile, la sua decisione d’intraprendere la carriera ecclesiastica: “Voglio diventare vescovo!” Percependo il tono orgoglioso e le intenzioni, sicuramente non delle migliori, Filippo gli chiede serio ed interessato: “E poi? …”. Un po’ imbarazzato, Aurelio risponde che, fatto il primo scalino, potrebbe ottenere qualche Nunziatura. Con tono paterno, ma allo stesso tempo incalzante, Filippo ribadisce: “E certo! E poi? …”. Il giovane, illudendosi di averne l’appoggio, gli risponde: “… e poi potrei diventare cardinale …”. “Cardinale!?!, … e poi? … E poi Papa?”, gli chiede, con tono perentorio Filippo. Confuso, Aurelio gli risponde: “… forse sì …”, ma Filippo, con sguardo compassionevole, gli rinnova la domanda iniziale: “E poi? …, e poi??? …”. “Poi basta, Filippo! La mia vita finirà …”, risponde con gli occhi bassi Aurelio. Allora Filippo, con dolcezza, lo richiama al senso della vita, invitandolo paternamente a chiedersi: “… ed allora che cosa avrai raccolto?”.
Purtroppo, Aurelio non fece tesoro dell’invito di san Filippo di ripensare al senso della vita al fine di non sprecarla per ciò che è effimero e passeggero (cf Mt 6,19-23; 2 Cor 4, 18), anzi, tradendo la sua fiducia, ne approfittò per spiare e raccontare alle autorità ecclesiastiche le scelte pastorali (audaci per quei tempi), di Filippo, che lo “ricompensarono”, concedendogli quello che aveva sempre desiderato: diventare vescovo, in Francia! Verso, la conclusione del film, riappare Aurelio, in sontuosi abiti episcopali nel grande parco del suo palazzo vescovile, circondato da monsignori ed amministratori che gli comunicavano il consistente incremento economico della sua diocesi. Pensoso e triste, scrive una lettera a Filippo, dove riconosce che pur avendo raggiunto tutto quello che ha da sempre desiderato, gli sembra di non avere niente. Ripensando alla sua vita, riconosce, alla fine, che Filippo aveva ragione, le cose più belle che ha avuto sono state la carezza di uno zingaro (che Filippo gli aveva chiesto di lavare dalla testa ai piedi: soprattutto i piedi!), ed il sorriso di Filippo, che, pur sapendo delle sue intenzioni e del suo tradimento, l’aveva sempre amato, come tutti gli altri suoi figli.
Ulteriormente interessante è che poco prima la proposta di questa intima presa di coscienza da parte di colui che sta facendo l’esperienza di aver buttato via la sua vita, il film fa vedere l’incontro di P. Filippo con il Papa (Clemente VIII: 1592-1605), che gli chiede di comunicargli la regole e le finalità della sua nascente comunità. Filippo con tremore, ma allo stesso tempo con serena fermezza, ricorda che per essere obbediti, servono poche regole (eh già! se i vari governanti tenessero un po’ più presente questa verità …), tra queste lui ne ha scelta solo una: la carità! Il Papa, profondamente toccato dall’onestàe dalla santità di padre Filippo, vuole crearlo Cardinale (“nessuno lo merita più di voi” gli dice commosso il Papa), ma colui che sarà chiamato il “secondo apostolo di Roma”, prende dalle mani del Santo Padre il Galero cardinalizio, che gli sta per imporre, e con santa ilarità gli chiede: “ Santità, io Cardinale??? Preferisco il paradiso!!!” e butta in aria il Galero.
Allora: “E poi? …”.
Anche ai nostri giorni, questa realistica e semplice domanda interroga ognuno, nessuno escluso, sul senso della propria vita, l’unica che ci è stata donata di vivere da parte di Dio, da amministratori e non da padroni (cf 1 Cor 4, 7). Oggi, come ieri, la cieca ambizione, l’egoismo e l’egocentrismo si traducono e si declinano, manifestandosi in svariati modi e situazioni, che devono essere però riconosciuti e smascherati se non si vuole sprecare la vita che ci è stata donata.  Non dimentichiamolo mai: ne abbiamo solo una, e nella partita della vita, non sono previsti i tempi supplementari!
L’ossessione del potere, del fare “carriera” a tutti i costi, anche se non se ne hanno le capacità, rifiutando di riconoscere la realtà e dissociandosi patologicamente da essa, ambire a posti di autorità ed esercitare con arroganza impunita il potere che ne deriva, è un’esperienza che ognuno di noi fa ogni giorno: da quando sale su un autobus, a quando ha bisogno di una prestazione sanitaria, a quando chiede l’esercizio di un proprio diritto presso un qualsiasi ufficio, o presenta una semplice domanda o richiesta, senza avere a volte dall’altra parte qualcuno che, secondo le regole elementari dell’educazione,  risponde almeno di aver ricevuto (auto-dispensandosi in nome di che cosa e di chi? Credo che alla fine sia soltanto, purtroppo, semplice maleducazione …). Il compromesso, la disonestà, la corruzione, la maleducazione, la mancanza di rispetto dovuto ad ognuno in quanto persona, la sistematica menzogna se non la calunnia, il promettere l’impossibile e favori in occasione delle elezioni o imbrogliando senza pudore durante le stesse al fine di essere eletti, sembrano essere ormai comportamenti “scontati/naturali” nei rapporti interpersonali (ed è questa la cosa grave e pericolosissima oggi), nei diversi ambiti sociali, nessuno escluso. Come ha acutamente osservato il Santo Padre Francesco nel discorso dopo la Via Crucis al Colosseo quest’anno, si è persa: “… la vergogna di aver perso la vergogna” (30-III-2018). Lascio alla memoria ed all’intelligenza di chi legge, il dare i volti e vedere i contesti  di questa sacrosanta, anche se triste, verità.
Allora: “E poi? …”.
Però l’errore sarebbe il pensare, come il re Davide, che questo riguardi solo gli altri: “Tu sei quell’uomo!” (2 Sam 12, 7). Quanti “arrampicatori/carrieristi” che farebbero di tutto, come Aurelio, conosciamo o abbiamo conosciuto? Persone accecate dal potere e dal successo, che a volte, in preda ad una vera e propria smania ossessiva di onnipotenza, dimenticano di essere creature finite e che non si realizza la propria vita nell’essere “serviti” dagli altri o di “servirsi” delle istituzioni, ma nello scoprire la gioia vera che dà il mettersi al “servizio” degli altri, del bene delle istituzioni e quindi della persona. Dimenticando che un giorno saremo giudicati sull’amore con il quale avremo o non avremo vissuto, alla fine, solo su questo e su nient’altro (cf Mt 5, 1-12; Lc 6, 20-23; Mt 25, 31-46).
Allora: “E poi? …”.
L’augurio, che si fa preghiera, è che questa domanda, più prima che dopo, si ponga ed interroghi la coscienza di ognuno, nessuno escluso, affinché, come san Filippo, rispondiamo con generosità, scoprendo che tutto è dono che Dio ci chiede di donare a nostra volta (cf Mt 10, 8), e non come Aurelio, che troppo tardi scoprì di aver ottenuto tutto quello che voleva, ma di aver sprecato la cosa più importante, quello che era chiamato ad essere come figlio di Dio e fratello dei suoi simili. Però, ed è questa la possibilità che diventa speranza per ciascuno, anche se troppo tardi, Aurelio ha preso coscienza che l’essersi concetrato troppo sulle cose visibili e terrene gli ha fatto correre il rischio di non raccogliere ciò che è eterno (cf 2 Cor 4, 18). Questa presa di coscienza non è altro che la conversione! Quindi, alla fine, non è mai troppo tardi,  finché c’è vita! Il bellissimo episodio, narrato da san Luca, del dialogo di Cristo con il “Buon ladrone”, ce lo ricorda con espressioni di profonda, appassionata, misericordia: “… ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: ‘In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’” (Lc 23, 42-43).
Sicuramente, più di qualcuno, starà pensando, nel leggere queste righe, che sono belle parole, pensieri che un sacerdote “deve trasmettere”, ma che la realtà, anche nella Chiesa, è ben altra cosa. Sono perfettamente d’accordo, ma proprio per questo è essenziale prendere coscienza del pericolo e soprattutto è fondamentale essere coscienti che questo modo di spendere la propria, lo ripeto di proposito,l’unica vita, non paga. Alla fine ci si scopre dei falliti, ma soprattutto che in nome del potere, del successo e di voler essere “onnipotenti”, di fatto ci si è condannati ad essere schiavi: “Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto” (2 Pt 2, 19).
Allora, chiediamoci sinceramente, in questo momento (soprattutto se stiamo operando delle scelte), cioè quel presente che è l’unico che ci appartiene nella sua pienezza, al contrario del passato e del futuro: “E poi?…”.
P.Bruno.O.P.
 
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Buon senso o senso comune?
“Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. ‘Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi’. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” (A. MANZONI, I promessi sposi, Cap. XXXII). Questa realistica riflessione ci è ritornata alla memoria riflettendo su tante situazioni e fatti di questi nostri giorni, in vari luoghi ed a diversi livelli. Che fine ha fatto il buon senso che non ha paura di confrontarsi, sfidandolo sul piano della ragione e della fede, quel senso comune del quale è intrisa l’attuale cultura dominante, pienamente e manifestamente nichilista, risultato modesto ed inadeguato dell’ideologia illuministica? Invece, il buon senso non è altro che l’accostarsi alla realtà con un atteggiamento “sapienziale” al fine di coglierne l’intima, oggettiva verità e quindi il suo significato più profondo. Paradossalmente, invece, dalla moderna cultura, ebbra di scientismo e tecnicismo, si produce un vuoto che disorienta ed allo stesso tempo postula quelle risposte alle cosiddette domande esistenziale, che altro non sono che domande di senso, più che filosofiche, di carattere religioso, che toccano la spiritualità. Tutto questo spinge il cattolico all’urgenza di una vera e propria “incarnazione” della fede nel quotidiano che diventa cultura e segna così la vita e la sua qualità. Infatti, non dimentichiamo che: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” (GIOVANNI PAOLO II, Lettera Autografa di Fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura, 20 maggio 1982, in AAS 74 [1982] 685).
 
P. Bruno, O. P.
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Perché tanta confusione, disonestà, litigiosità ed egoismo ai nostri giorni?
 
La presente riflessione parte dall’esperienza comune, da ciò che si presenta come un dato evidente nei tempi che viviamo: la fatica a dialogare, a collaborare, a comunicare fino ad arrivare al conflitto o, peggio, all’indifferenza. Questo ad iniziare dalla famiglia, che si sta involvendo e riducendo spesso ad un insieme di ‘clienti’, che pretendono soltanto la prestazione di servizi (cf Papa Francesco nel 2016), e via via ai diversi livelli e nei diversi ambiti della vita sociale, civile ed ecclesiale.
Sono di queste ultime settimane le notizie di violenze di adolescenti contro i docenti, spesso giustificate, se non addirittura alimentate, dai propri genitori.
Di qualche giorno fa anche la notizia dell’improvvisa morte, a soli ventotto anni, del famoso DJ svedese Tim Bergling (1989-2018) in arte Avicii (in sanscrito vuol dire letteralmente ‘senza onde’, che rappresenta nel buddhismo l’ultimo livello dell’inferno!). Un vero e proprio talento musicale, purtroppo vittima del suo stesso successo e di quelle pressioni che la celebrità impone senza pietà, riuscendo a presentarsi come occasione di manifestazione di grandezza ed onnipotenza, salvo poi rendere schiavi (“Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto”: 2 Pietro 2, 19).
Ugualmente di questi giorni l’incredibile vicenda del piccolo Alfie Evans di Liverpool (Regno Unito) e dei suoi genitori, che chiedono solo ciò è un sacrosanto diritto di ogni essere umano: prendersi cura ed accompagnare con amore e dignità fino alla fine il proprio figlio, che è sempre prima di tutto un dono ed un figlio di Dio.
Purtroppo, sempre più spesso, a queste difficoltà che fanno parte della natura umana e ne manifestano i limiti, sembra aggiungersi una sorta di individualismo sfrenato, che porta all’isolamento della persona rispetto ai suoi simili, alla creazione di un proprio mondo, che gli altri devono obbligatoriamente e semplicemente accettare, senza se e senza ma, se si vuole evitare il conflitto! Tutto questo, ulteriore novità, a volte, è addirittura teorizzato e giustificato.
Ovviamente questa constatazione non può essere accompagnata dalla convinzione ingenua che i tempi passati fossero migliori dei presenti (cf Eccl 7, 10), ma allo stesso tempo, alla luce della storia, si coglie una novità che ha, per dimensioni e consistenza, effetti inediti. Il nostro intento è quello di cercare di enucleare questa novità per provocare delle ragionate considerazioni, in vista di possibili modi per uscire da quello che sempre di più si sta rilevando come un pericoloso vicolo cieco. Un vicolo cieco per la dignità dell’essere umano e dei suoi rapporti con gli altri simili a livello sociale, quindi per il nostro presente e possibile futuro.
 
A ben vedere, la modernità, ed in modo particolare i nostri tempi, si distinguono rispetto al passato, per una sempre più difficile armonizzazione, fino ad arrivare ad una netta contrapposizione: da una parte la centralità della persona, dall’altra il rispetto/tolleranza, del pluralismo culturale ed etico, che sfocia spesso e volentieri in vero e proprio relativismo. Comunemente, soprattutto in alcuni ambienti ecclesiali, si ritiene che siano il relativismo culturale ed il pluralismo etico i veri problemi di oggi, ma, studiando più attentamente la questione, nella realtà questi non sono altro che gli effetti. Il vero problema è la sempre più assoluta ed intransigente affermazione di una soggettività individualistica, che si traduce sempre più in soggettivismo etico (cf D. Bonhoeffer 1906-1945). Chi proclama, come facciamo tutti, che c’è bisogno di riaffermare la centralità della persona, deve poi anche porsi il problema e fare i conti di come ogni persona elabori soggettivamente la ‘sua verità’, i suoi ‘valori’. In questa ricerca, e la realtà lo conferma, c’è però il pericolo che si finisca in un vero e proprio soggettivismo etico, che di fatto menoma la natura sociale dell’uomo. È questo, allora, il vero pericolo! Infatti, gli effetti dannosi e devastanti che registriamo a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti sociali, non derivano tanto dal pluralismo etico, ma da una soggettività concepita come assoluta ed infinita che diventa soggettivismo etico, prigioniero del suo ego cosa che vanifica o strumentalizza ogni tipo di relazione. Arrivando, quindi, a voler quasi giustificare l’assurdo: l’uomo, essere finito, che pretende di avere una libertà infinita! Perciò, se si afferma la centralità della persona, il suo primato, dobbiamo anche guardare a che cosa questa può portare, soprattutto quando non correttamente presentata, o perché non si tiene conto del come possa essere recepita dalla maggioranza delle persone (cf G. De Rita nel 2003).
 
Detta centralità della persona può portare al fatto che ogni singolo elabori nella sua soggettività interna un tipo di ricerca e di scelte etiche in modo meramente autoreferenziale e senza nessun confronto con le verità oggettive (sia a livello di ragione che di fede). Ecco, allora, lo spirito umano, nella forma: dell’io trascendentale di I. Kant (1724-1804); dello spirito assoluto di G. W. F. Hegel (1770-1831); dell’umanità di A. Comte (1798-1857); del superuomo di F. Nietzsche (1844-1900); della classe operaia di K. Marx (1818-1883); dello stato liberaldemocratico di J. J. Rousseau (1712-1778), che alla fine ‘crea’ la verità, che stabilisce quello che è vero e quello che è falso, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è iniquo, ciò che è Diritto e ciò che è arbitrario. E, dato che lo spirito umano vive nel tempo, la verità che stabilisce cambia con il tempo e le circostanze. Di fatto oggi l’idea di verità è sostituita con quella di cambiamento, di progresso, di consenso, di desiderio, di sentimento, di emozione (cf Benedetto XVI nel 2009). La convinzione che sia impossibile per la persona arrivare alla verità, che essa sia oggettiva e costituisca un termine di confronto ineludibile, porta nel concreto, ed a tutti i livelli, a non essere attenti ai contenuti ed a limitarsi alla realizzazione tecnica e delle mere formalità. Solo per fare un esempio, si pensi all’ambito del Diritto ed allo stravolgimento di esso con il positivismo e formalismo giuridico, teorizzato fino alle sue estreme conseguenze da H. Kelsen (1881-1973). Tale concezione ‘surrogata’ del Diritto ha avuto come risultato che le nostre società siano caratterizzate da un diritto ‘fragile’, perché Diritto inteso essenzialmente come una tecnica, come insieme di regole e non di valori, con le quali ed attraverso le quali è possibile imporre desideri che si fondano sul nulla/niente o su visioni ideologiche di chi costituisce le maggioranze, al servizio dei più svariati interessi, ma sicuramente non della giustizia, del bene comune, del bene dei più indifesi. In altre parole, ci troviamo di fronte a quel relativismo giuridico attuale, che vede la coscienza morale non fatta per‘riconoscere’ la verità, ma per ‘crearla’. Rimanendo nell’ambito giuridico, si pensi all’uso fuori luogo e spesso ingiustificato al ‘consenso’ nell’elaborazione o nell’interpretazione di norma giuridica a scapito, e spesso proprio in opposizione, all’evidenza, alla forza delle argomentazione ed all’applicazione dei principi generali del Diritto e della Giustizia. Dimenticando un dettaglio non da poco, evidente per chi ha il semplice buon senso (cosa diversa dal senso comune!), cioè che il consenso incide sulla ‘verità’ e sulla ‘giustizia’ nella stessa misura in cui incide sull’addizione aritmetica che due più due fa quattro! (cf S. Cotta 1920-2007).
 
La cultura oggi dominante inesorabilmente cerca di convincerci che la coscienza non è altro che soggettivismo e che la verità si risolve in un vero e proprio relativismo. Il tema della coscienza morale, oggi più che mai, è soggetto ad equivoci, stravolgimenti fino ad arrivare a vere e proprie caricature e strumentalizzazioni ideologiche. Alla fine possiamo dire, usando un’immagine nota: una coperta troppa corta che ognuno tira dalla sua parte, e che alla fine rischia di lasciare scoperto ciò che dovrebbe, invece, avvolgere e preservare con cura! Quella coscienza morale che il Card. Newman (1801-1890) ha brillantemente mostrato come apertura del nostro cuore ad un “sapere con un Altro” (appunto: con-scientia), che alla fine fa la differenza per quanto riguarda la qualità, rispetto ad una vita meramente autoreferenziale impregnata, per non dire ‘intossicata’, di relativismo. Il mito che la modernità ha fatto del progresso, si propone di fatto come sostitutivo o alternativo alla verità, salvo omettere un particolare di non poco conto: progresso in quale direzione? Per chi e per che cosa?
In una cultura contemporanea dove tutto tende ad essere sempre più ‘soggettivo’, nel senso di libertà di arbitrio, intesa come assoluta (= faccio quello che voglio, che  sento, che desidero, che mi dà ‘benessere’, dimenticando, però, che questo è diverso dal vero ‘bene’), bisogna ricordare e far capire che quel ‘soggettivo’ è espressione di una persona con una natura che ha ricevuto, ed in ogni caso non si è data, con le sue caratteristiche ed esigenze che non permettono il ‘soggettivismo’ se non a caro prezzo, per le singole persone e per la comunità. In altre parole, si deve mettere in luce che ogni persona non è e non può sentirsi ‘legge a se stessa’, ed allo stesso tempo non è e non può comportarsi, di conseguenza, come essere finito con aspirazioni infinite ed assolute che si contrappongono a quelle degli altri, chiuso in se stesso, come una vera e propria ‘monade’. In questo contesto, a nostro avviso, deve proporsi la verità illuminante e liberante dell’annuncio evangelico, cioè deve muoversi quella “nuova evangelizzazione”, nuova non per i contenuti, ma per i modi (cf san Giovanni Paolo II), capace di far recuperare alle persone il loro essere membra di un corpo, smascherando la tentazione di essere proprio delle ‘monadi’ condannate dall’egoismo alla solitudine. Se l’evangelizzazione non riuscirà a proporre in modo convincente l’importanza di ciò, continueremo ad avere dei ‘raduni’ degli ‘assembramenti’, ma non comunità ed assemblee di persone, di cittadini o di fedeli. Quindi, il vero problema oggi non è tanto riaffermare la centralità della persona, ma dobbiamo chiederci: come possiamo seguire e far crescere la sua soggettività in modo che rispetti la propria e l’altrui dignità? In questi ultimi secoli si è imposta quasi dogmaticamente l’ideologia che la “ragione unisce e la fede divide”. Per onestà intellettuale dobbiamo però chiederci di quale ragione e di quale fede stiamo parlando. Se s’intende la ragione come un qualcosa di unico, infinito ed autoreferenziale, credo che divida e contrapponga molto di più le persone, di quanto possano fare la fede e la religione. Invece una ragione che riconosce di essere creata con i suoi evidenti limiti e si lascia umilmente illuminare dalla vera fede nel Dio di Gesù Cristo, che tutti ha accolto ed amato, porta al rispetto ed alla solidarietà tra i membri di una comunità, in poche parole di quella ‘conversione permanente’ di cui ci parlano gli Atti degli Apostolicon nonostante le presenti fragilità e povertà umane.
 
Proprio in questo punto scopriamo che la fede in Cristo può essere un valido aiuto per trovare risposte alla presente situazione di crisi d’identità che contraddistingue la persona oggi e l’indicazione di percorsi per uscirne: “credo ut intelligam” (sant’Anselmo d’Aosta 1033-1109). Il Vaticano II ci ricorda: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm 5, 14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è ‘l’immagine dell’invisibile Iddio’ (Col 1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo (Gaudium et spes 22).
“Le parole citate attestano chiaramente che la manifestazione dell’uomo, nella piena dignità della sua natura, non può aver luogo senza il riferimento – non soltanto concettuale, ma integralmente esistenziale – a Dio e nel Figlio Suo Gesù Cristo. L’uomo e la sua vocazione suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore” (Dives in misericordia, n. 1). Alla luce dell’Antico e del Nuovo Testamento (cf Gn 2-3; Sir 17, 1-15; Rm 7, 21; Mt 25, 31-46), letti nella prospettiva indicata dalla Tradizione e dal Magistero, la Chiesa cattolica, e quindi ogni battezzato, è chiamata a svelare ed a proclamare il perché del male nel mondo e che solo in Cristo il male, la sofferenza, la morte trovano un senso e divengono, misteriosamente, addirittura pegno di speranza. Quindi la vera sfida è riuscire a far comprendere agli uomini di oggi che Cristo è l’unico liberatore, in quanto è il solo e vero Salvatore. Questo potrà avvenire solo attraverso un annuncio integrale della fede, alieno da ogni opzione rigorista o lassista che sia, in ogni caso sempre parziale, ideologica (se non in qualche caso propriamente eretica) e che non farebbe che tradire il mandato di Cristo (cf Mt 28, 16-20). La realtà sociale e la mentalità dei nostri giorni ci richiede di avere sicuramente, forse come non mai prima, chiari i criteri d’inculturazione per la nuova evangelizzazione, ma nella consapevolezza di avere veramente una buona novella da proporre come credenti consapevoli. Quindi non devono esserci dubbi che è la fede cattolica che salva le altre culture nel loro incontrarsi e confrontarsi e non viceversa. Questo dialogo con il mondo esige chiarezza sull’identità e missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, dei quali non è padrona ma amministratrice (cf 1 Cor, 4, 1), senza illudersi che questo messaggio sia sempre e da tutti accolto ed, anzi, sospettare quando questo avviene (cf Gv 15, 8-27).
 
Concludo con alcune citazioni tratte da due opere di G. K. Chesterton e da un bellissimo ed istruttivo film (la cui visione raccomando caldamente a tutti), nella convinzione che saranno validi stimoli a continuare a riflettere sull’importanza per la nostra vita, l’unica che abbiamo, di avere dei veri valori, di riconoscerli per quello che sono, cioè ‘un bene per me’, cercando di viverli nel quotidiano per una vita che abbia senso per ciascuno e significato per tutti.
 
“Le verità si trasformano in dogmi nel momento in cui vengono messe in discussione. Pertanto, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, ma anzi le crea, conferendo loro dei limiti e una forma chiara e provocatoria. Un tempo, noi liberali consideravamo il liberalismo semplicemente una verità ovvia. Oggi che è stato messo in discussione, lo consideriamo una vera e propria fede. Un tempo noi che crediamo nel patriottismo pensavamo che il patriottismo fosse ragionevole e nulla più. Oggi sappiamo che è irragionevole e sappiamo che è giusto. Noi cristiani non avevamo mai conosciuto il grande buonsenso filosofico insito in quel mistero, finché gli scrittori anticristiani non ce l’hanno mostrato.
La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto” (Eretici).
 
È il tempo in cui si prende la fissazione per ragione, il narcisismo per amore, il suicidio per martirio (cf Ortodossia).
 
Il prof. William Hundert, il protagonista del film, alla fine si rivolge ad un suo ex studente, che per l’ennesima volta aveva imbrogliato durante il torneo “Giulio Cesare”, incentrato sulla conoscenza della storia antica, con le seguenti parole:
“Tutti quanti prima o poi siamo costretti a guardare noi stessi allo specchio e a vedere chi siamo davvero. E quando verrà il suo giorno, Sedgewick, lei avrà di fronte a sé un’intera esistenza vissuta senza virtù e senza principi. E per questo ho pietà di lei! Fine della lezione”
(Dal film “Il Club degli Imperatori“ [2002] del regista Michael Hoffman basato sul libro di Ethan Andrew Canin).
 
40 a Giornata per la vita.
La legge sull’aborto, un aborto di legge!
 
 
Nel giorno in cui si celebra la giornata per la vita, non sembra fuori luogo proporre qualche riflessione al riguardo. Lo facciamo partendo dall’ampia risonanza data dai mass media alcuni anni fa al n. 83 dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis. In esso il Santo Padre, Benedetto XVI, parlando delle esigenze intrinseche che comporta il ricevere il sacramento dell’Eucarestia da parte di ogni battezzato (“coerenza eucaristica”), ha ribadito, tra gli altri, l’impegno specifico di coloro che sono impegnati nella vita politica, affermando che: “Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”. Questa ovvia conclusione, riproposta dal Pontefice a tutti i battezzati nel mondo, ha ancora una volta provocato una ridda di reazioni alcune delle quali del tutto irrazionali, se non addirittura isteriche, con accuse alla Chiesa cattolica d’ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Pur nel rispetto sentito e sincero della diversità d’opinione, ma anzi proprio per questo, affinché non si elabori e si giustifichi a riguardo una sorta di teoria del “pluralismo a senso unico”, dove è ammessa alla fine ed ha diritto di cittadinanza solo un’opinione, pensiamo che non sia superfluo, cogliendo l’occasione della celebrazione della vita e di detta querelle, chiarire alcuni aspetti intorno ai quali si registra non poca confusione.
Desideriamo condividere qui, alcune semplici riflessioni riguardanti piuttosto la questione previa e più generale circa il diritto del Magistero d’intervenire in ambito politico quando è in gioco la vita e la dignità della persona umana. Successivamente cercheremo di dare un’applicazione di quanto detto specificamente alla legge sull’aborto. Legge che purtroppo da troppi anni è parte dell’ordinamento giuridico di tanti Stati e che l’opinione pubblica percepisce sempre più come “scontata” e frutto di modernità e civiltà, legale e quindi conseguentemente lecita a livello morale.
Circa il primo punto sarebbe opportuno per tutti, cattolici e non cattolici, rileggere l’illuminante contenuto del n. 76 della Costituzione Pastorale Gaudium et spes. In esso i Padri conciliari hanno ricordato con estrema chiarezza ed equilibrio il vero e sano rapporto che deve realizzarsi tra Chiesa e Comunità politica. Premesso che ciascuna è indipendente ed autonoma l’una dall’altra nel proprio campo, pur se nell’unico servizio alle stesse persone umane, si afferma con cristallina chiarezza però, ed allo stesso tempo, per la Chiesa il diritto di predicare sempre ed ovunque la fede ed insegnare la sua dottrina sociale, ed in particolare “… dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e della salvezza delle anime”. Come si enuclea dal testo citato, i Padri conciliari hanno solo manifestato un’esigenza propria alla missione della Chiesa, che, propriamente parlando, non rivendica tanto il diritto di fronte alla Comunità politica di poter esporre il deposito della fede e d’insegnare il modo coerente di viverla, ma piuttosto ricorda a se stessa il dovere di farlo per non tradire il mandato che le è stato affidato dal Suo Fondatore. Ciò facendo la Chiesa non fa altro che proporre il messaggio liberante della verità evangelica e non desidera affatto imporlo a chicchessia. Cosa che d’altra parte, oggi più che mai che nel passato, sortirebbe l’effetto opposto.
Questo non vuol dire, però, che attraverso i modi e nei luoghi e tempi opportuni della vita politica e sociale chi ha l’autorità nella Chiesa non debba fare presente l’importanza di certe scelte. Nello svolgere questo suo preciso compito il Magistero non fa che ricordare a tutti, le esigenze intrinseche ed inderogabili della natura umana, esigenze che ovviamente per chi si professa credente, sono vincolanti in un modo tutto proprio alla luce della Rivelazione ed in vista della salvezza eterna.
 
In questo contesto, prendiamo ora in esame, quasi come esemplificazione ed applicazione di quanto appena detto, il caso della legalizzazione dell’aborto in molti dei contemporanei ordinamenti giuridici, presentata dalla “cultura” contemporanea come conquista di civiltà, “diritto inviolabile” della donna moderna. Anche se rimane e rimarrà per sempre, oggettivamente, un abominevole delitto (cf Gaudium et spes, n. 51) che vuole essere fatto passare per un diritto (cf Evangelium vitae, n. 4), in quanto uccisione dell’innocente per antonomasia, il più povero tra i poveri, in quanto non nato! Quindi, la pretesa di legittimare giuridicamente l’aborto, rifiuta di vedere l’intrinseca contraddizione giuridica sulla quale riposa. Infatti, se l’idea di “Stato di diritto” è nata e si è affermata nel corso del tempo per il suo essere salvaguardia dei diritti di tutti, contro ogni anarchia o totalitarismo, come si può ammettere nel suo ordinamento giuridico una legge che fa del diritto fondamentale e primo, cioè del diritto alla vita, oggetto di una arbitraria concessione? Se ognuno di noi è venuto alla vita perché la propria madre gli ha fatto questa “grazia”, ecco che non si può più parlare di vero e proprio “diritto”, ma allora si sfalda rovinosamente tutta la concezione e la conseguente struttura del moderno Stato di diritto, in quanto, appunto, del suo primo e fondamentale diritto se ne fa al massimo una grazia!
 
Ora se il Magistero non si stanca di ripetere in tutte le sedi ed in ogni occasione, anche a costo dell’impopolarità e di accuse d’ingerenza, il valore supremo ed inviolabile della vita fin dal suo concepimento, lo fa nella coscienza che questo è un suo preciso dovere. Dovere che pur nascendo ed illuminato dalla fede sa che non può rimanere relegato in essa. Tutto questo ha un significato specifico per tutti quei parlamentari che si professano cattolici. La difesa della vita non è questione confessionale, dove basta professarsi non credenti per trovare giustificazione a scelte e comportamenti che sono contro la ragione, la verità, il diritto e la giustizia. Con la vita e la dignità della persona umana tocchiamo ambiti e decisioni che non sono soggetti al mero consenso della maggioranza per poter essere moralmente adottati. Tutto ciò esige dal Magistero ed in particolare da quei battezzati impegnati nell’amministrazione della cosa pubblica, il dovere d’intervenire nell’ambito politico evitando quel complesso d’inferiorità che spesse volte ha giocato un ruolo considerevole, con risultati nefasti, nell’impegno politico dei cattolici. Il dialogo è importante e doveroso, ma fermo restando l’importanza della ricerca della verità e della giustizia che mai potranno essere sacrificati sull’altare del compromesso, dell’opportunismo o del cinico utilitarismo, soprattutto quando su quell’altare saranno sacrificati degli innocenti.
 
Queste brevi e semplici riflessioni ci portano a sperare, ma soprattutto ci impegnano a pregare il Signore, affinché i cattolici oggi si rendano sempre più conto della necessità di arrivare a quella fede adulta, necessaria ed indispensabile a poter annunciare e testimoniare al mondo di oggi la bellezza ed il fascino della fede. Una fede, frutto di un rapporto vissuto con Colui che ci ha tanto amato fino a dare la vita per noi sulla croce, che non è mai contro l’uomo, ma sempre per tutto l’uomo e per tutti gli uomini.
P. Bruno, O.P.
 
 
 
Una recensione di “Lettere a una carmelitana scalza” del card. Giacomo Biffi
 
 
 
 
 
 
L’11 luglio 2015 concludeva il suo lungo e proficuo pellegrinaggio terreno il Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, noto per i suoi scritti in ambito soprattutto teologico e catechetico, per le sue omelie, sempre brevi, ma allo stesso tempo dense e graffianti, delle quali i primi uditori erano coloro che non erano proprio in sintonia con lui, ma che in ogni caso gli riconoscevano una profonda preparazione, coerenza ed onestà intellettuale.
 
Chi ha conosciuto personalmente il Card. Biffi, come il sottoscritto che è stato da lui ordinato diacono ed ha continuato questo legame in vari modi lungo gli anni, conservandone ricordi indelebili, ovvero attraverso i suoi scritti ed i suoi interventi pubblici, ha potuto sempre verificare il suo sincero amore per Cristo, il centro di tutto e di ognuno, e per la sua sposa, la Chiesa (che per questo pretendeva si scrivesse sempre con la C maiuscola), chiamata a continuare sotto la guida dello Spirito Santo, nello spazio e nel tempo, la missione salvifica affidata dal Padre al Figlio.
A proposito del mio rapporto personale, mi permetto di condividere un episodio che ad oggi mi rimane inspiegabile ed allo stesso tempo manifesta l’imprevedibilità del Card. Biffi. Egli che faceva “… fatica ad andare anche a S. Giovanni in Persiceto” (lettera del 14-VII-1997, p. 214. Da ora in poi indicheremo, salvo eccezione, solo la data della lettera) accettò, con sorpresa di tutti, l’invito che il Rettore del tempo della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma (Angelicum), gli fece avere mio tramite, di presiedere la celebrazione Eucaristica nel giorno della Festa di San Tommaso (28 gennaio 1996). Nell’omelia che tenne, in soli nove minuti riuscì a tratteggiare la figura del vero teologo alla luce del grande Dottore Angelico.
Mettendo in risalto le virtù che deve possedere ed evidenziando i vizi dai quali deve tenersi lontano colui che è chiamato ad annunciare con sapienza il progetto salvifico di Dio: “Noi non abbiamo bisogno di annunciatori della parola che cambino il Vangelo con la scusa di adattarlo al nostro tempo, ma di annunciatori che tentino ogni giorno, magari riuscendoci poco, di cambiare se stessi per essere un giorno più conformi al Vangelo che non cambia”. Quindi, la sua preoccupazione era di rimanere fedele alla Verità che è Cristo, senza se e senza ma, sforzandosi sempre di annunciarla con Carità (cf Ef 4, 15), nel suo ministero pastorale ed in modo tutto particolare attraverso i suoi innumerevoli scritti, quasi sempre pungenti ed ironici, da uomo di cultura, non comune, e di Chiesa, che preferiva la certezza della fede alle sfumature e compromessi. Quindi un pastore che ha realizzato in pieno l’invito rivolto ai partecipanti all’ultimo Sinodo sulla famiglia da papa Francesco del parlare con parresia, cosciente che questo non significa automaticamente essere accettato da tutti. L’unicità del presente testo, rispetto agli altri innumerevoli scritti del Card. Biffi, è data dal fatto che esso raccoglie l’epistolario di oltre cinquant’anni tra lui e Sr. Emanuela Ghini, che ne ha curato la pubblicazione a quasi due anni dalla morte del cardinale, e quindi di scritti che non erano per il pubblico, ma che sono testimonianza viva di due sinceri ricercatori di Dio, e che hanno perciò il pregio di farci conoscere “dal di dentro” gli interessati. I due s’incontrarono alla fine degli anni Cinquanta nel Seminario di Venegono dove il giovanissimo prof. Don Giacomo Biffi aiutò la giovanissima Emanuela nello sviluppo della sua tesi di laurea in filosofia. Dopo qualche anno la decisione di quest’ultima di diventare monaca carmelitana scalza e la continuazione del loro dialogo a livello epistolare. Purtroppo il volume riporta quasi solamente le lettere del Card. Biffi e solo alcune di Sr. Emanuela, ma ciò nonostante è possibile cogliere appieno il contenuto specifico del loro dialogo: ricercare nella foresta di segni che è il mondo l’allusione all’invisibile. Anche se hanno una destinataria unica, esse muovono da realtà assolute e si propongono come declinazione del reale contingente.
Chi si aspetta di leggere in queste lettere solo argomenti inerenti alla direzione spirituale rimarrà positivamente sorpreso in quanto troverà molto di più, una presa in considerazione ed una valutazione dei vari aspetti e delle varie personalità della Chiesa cattolica e della società e della politica italiana dell’ultimo cinquantennio, dove Biffi non ha paura di arrivare al paradosso, ereditato senza dubbio da uno dei suoi autori più amati, G. K. Chesterton, fino a diventare provocazione. “Oggi il vero coraggio morale starebbe nell’accettare di ‘apparire’ retrogrado e di ‘apparire’ fascista; il che significa sfidare un’opposizione culturale che è di gran lunga più capillare, più intransigente, più liberticida di quella che ci ha afflitto nello squallido e sciagurato ‘ventennio’” (7-VII-1978). Degno di nota è anche il suo realismo che implicava una visione disincarnata del reale: “La Chiesa non deve essere credibile, deve essere credente; allora sarà anche credibile” (20-XII-1974); “La felicità non è una colpa per i discepoli di Cristo, è un dono da assaporare quando ci è dato. Poi arrivano le ore asprigne, e bisogna assaporare anche quelle” (18-VI-1976); “Le persone con cui si vive sono importanti, ma non sono la cosa più importante” (20-XII-1977). A proposito dei sacerdoti che chiedevano la dispensa per sposarsi ecco il consiglio che diede al suo arcivescovo: “E gli ho detto che qualche anno di peccaminoso concubinato mi impressionano meno di una stupidità irreparabile. Credo mi desse ragione, ma purtroppo queste leggi non si fanno a Milano” (1°-VII-1977). Come si vede una persona veramente libera, dove le classiche e vuote etichette di “conservatore” o “liberale” manifestano tutta la loro insignificanza, ma di una libertà che nasce dalla ricerca e dalla docilità alla Verità (Cristo stesso) che per lui rimane la questione delle questioni (cf Gv 8, 32).
Per questo scriveva: “… non c’è molta differenza tra gli antichi ecclesiastici reazionari e i nuovi ecclesiastici progressisti. Negli uni e negli altri è sempre stato difficile trovare una vera ‘spregiudicatezza’, cioè un amore primario e incondizionato per la vita. […] non mi stanco di proporre senza troppi addolcimenti la ‘questione della verità’ come quella primordiale e più urgente per i cristiani e per tutti” (8-VI-1985). Questione della verità, per lui una vera passione, che infatti ritroviamo in una lettera di alcuni anni prima dove parla dell’intercomunione eucaristica con gli Ortodossi, dei valori della teologia orientale, delle chiese protestanti, di natura e nominalismo ed affronta con chiarezza cristallina, ed anticipando quanto si sarebbe poi realizzato, la questione dell’omosessualità, cifra significativa dell’odierna confusione a livello logico ed etico. “Il riconoscimento della normalità degli omosessuali è un bell’esempio di dove possa portare lo smarrimento della realtà della natura (vale a dire, del nominalismo). La comprensione e l’amore per le persone omosessuali sono giusti e doverosi, purché restino iscritti nel robusto senso della verità della natura. Diversamente, c’è la frantumazione di tutta la convivenza umana e non sarà più possibile stabilire niente sul giusto e sull’ingiusto, che non sia l’arbitrio di una legislazione statale. La quale, da un lato è sempre cedevole agli umori e all’attivismo dei prepotenti, dall’altro si fa essa stessa prevaricatrice e sopraffattrice (come hanno dimostrato e dimostrano le grandi tirannie di questo secolo), senza che sia più dato agli uomini alcun criterio per giudicarla” (23-XII-1979). Nessun criterio o peggio ancora quel criterio che Hegel afferma nella sua Filosofia del Diritto, quando si chiede chi sarà il giudice della storia e risponde: la storia! Cioè chi ha vinto, chi si è imposto e non importa come e quando, se contro la verità e la giustizia. Altrettanto chiara, logica ed allo stesso tempo ironica e piena di speranza la sua analisi della situazione della Chiesa ad alcuni decenni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Anche se un po’ lungo, riporto qui il testo, convinto di fare cosa gradita al lettore in quanto stimolo a riflettere sulla verità della carità, ma soprattutto sulla carità della verità, ambito quest’ultimo dove rischiamo di mancare, almeno per omissione.
“Non sono d’accordo che questo tipo di verità – che non colpisce nessuna persona – vada taciuta o attenuata. Anzi, bisogna energicamente reagire contro l’innegabile intimidazione con cui in tutti questi si è cercato di soffocare ogni denuncia, facendo apparire nemici del Concilio (e quindi dello Spirito Santo) anche coloro che erano nemici soltanto dell’insipienza ecclesiale. Il pensiero della buona fede e degli entusiasmi sinceri degli altri non mi abbandona mai: è proprio la mia persuasione che tutti agiscono per il bene, e perciò saranno premiati da Dio escatologicamente, che mi spinge ed essere franco e ‘spiacente’ in sede di riflessione storica. Chi sbaglia non può avere tutto: il premio futuro per la retta intenzione e la consolazione terrestre di non aver oppositori. Ti dirò poi che la vicenda di questi anni mi ha fatto capire le epoche di decadenza della cristianità: credo spesso dovute allo zelo col quale si affermano e si esaltano alcuni aspetti, e non ci si avvede della eclissi di altri, e talvolta anche più importanti, valori. Comunque la decadenza che stiamo vivendo è grande, universalmente diffusa e per qualche aspetto crescente. Mi pare possa essere paragonata alla crisi che è seguita al concilio di Nicea, quando il mondo si ‘svegliò ariano’: adesso la cristianità si è trovata secolarista, solo che non si è ancora svegliata. O forse la nostra epoca è simile a quella seguita al Concilio di Costanza, da cui uscì solo con la tragedia della Riforma protestante e con le asperità della Riforma cattolica. Vero è che quelle due epoche furono anche tra le più ricche di nuovi fermenti e di autentici impulsi di rinnovamento. E così io credo sia questo. Il Signore è vivo e sa usare anche le nostre sciocchezze per operare i suoi prodigi. Ma questo non significa né che dobbiamo sforzarsi di essere sciocchi né che dobbiamo perseverare fino alla fine nell’esaltare, quando le incontriamo, le apostoliche grullerie” (27-XII-1980).
Valutazioni chiare, oggettive e rispettose, come del resto tutte le altre che abbiamo qui riportato e le molte altre che si potranno leggere in questo arricchente volume, ma che sicuramente “urteranno” più di qualcuno. Perché? Dire la verità ed accettare la verità, non è mai qualcosa che può essere data per scontata, anzi, purtroppo, è di esperienza comune come la realtà è ben diversa. Oggi sembra quasi che nei rapporti a livello sociale, politico, ecclesiale e religioso, sia l’eccezione trovare qualcuno che dice la verità, mentre la regola sembra essere la menzogna, la falsità con tutte le loro nefaste conseguenze nei rapporti interpersonali, sociali ed ecclesiali. Le persone, e questo risulta ancora più scandaloso in quelle di Chiesa, sembrano a volte avere paura della verità, fino ad arrivare a “difendersi” da essa, non rendendosi conto che è la verità che ci difende e che noi non abbiamo nessun potere su di essa (cf 2 Cor 13, 8). Ma al di là di tutto, i vari testi costituiscono un proficuo materiale per coltivare la propria fede in quanto sono scritti da un sacerdote di profonda, lucida e costante tensione alla Verità-Cristo, cosa che non dispensa dalla fatica e dall’inquietudine: “… siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci eccede. E poi, se solo nel Figlio di Dio Crocifisso l’uomo si salva dall’insignificanza […], come mai di fatto non lo conoscono, come mai non si riesce a farlo conoscere? E come mai, in questo oscuro oceano di pene, si debba sperimentare l’inefficacia, e quindi l’inutilità, della preghiera che chiede sollievo?” (22-VIII-1983).
Il volume è pieno di queste analisi profonde e realistiche e qualche volta addirittura inquietanti che vale la pena di leggere e meditare, cosa che senza dubbio arricchirà il lettore da diversi punti di vista. Per questo di notevole aiuto risulta essere la lunga introduzione, di carattere cronologico e tematico, fatta dalla stessa destinataria delle lettere e curatrice della loro pubblicazione. Infine, è da segnalare che il testo è preceduto da una Prefazione del Card. C. Caffarra e si conclude con la Postfazione di S. Ecc.za Mons. M. M. Zuppi, cioè dei due immediati successori del Card. Biffi sulla sede di san Petronio. Cosa altamente significativa in quanto entrambi hanno così concretamente testimoniato la loro comune riconoscenza per l’alto magistero svolto dal loro predecessore in favore del Popolo di Dio che è in Bologna.
Il Card. Giacomo Biffi non ha mai lasciato indifferenti coloro che l’hanno incontrato ed ascoltato o l’hanno letto, era senza ombra di dubbio una persona che “polarizzava”. Ciò vale anche per questa raccolta di lettere dove del resto spesso egli prende atto, ma quasi sempre con “buon umore”, del suo isolamento a livello intellettuale e teologico, per il suo non essere “politicamente corretto”, ed accennando, ma solo con discrezione, a coloro che facevano riferimento a lui in vario modo: dall’andare a trovarlo fino a fare una tesi sulla sua antropologia teologica (cf pp. 230; 238-240; 245; 247). In ogni caso mi sembra che le seguenti parole di san Paolo a Timoteo, che vengono proclamate nella liturgia della Parola durante la celebrazione Eucaristica nella solennità del S. P. Domenico, predicatore della Verità, descrivono in modo sintetico ed incisivo quelle che sono state la vita ed il ministero del Card. Biffi: “… annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4, 2-8).
Santuario di Santa Maria del Sasso – Bibbiena (AR)
  1. Bruno Esposito, O. P.
 
1 Biffi Giacomo, Lettere a una carmelitana scalza (1960-2013), a cura di E. Ghini, Prefazione di C. Caffarra, Postfazione di M. M. Zuppi, Edizioni ITACA, Castel Bolognese 2017, € 24,00, 302 pp., ISBN 978-88-526-0519-2.